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La mostra sulle Fonderie. «Un dolore reale di tutto il Paese»

Manal Loudiy
La mostra sulle Fonderie. «Un dolore reale di tutto il Paese»

Parlano i curatori dell’esposizione sul 9 gennaio 1950 «Conoscere è fondamentale per sapere chi siamo»

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I giovani di oggi rincorrono il futuro, in esso vedono il mito della perfezione e dell’innovazione. Davanti a loro si prospetta un cammino pieno di aspettative, ma cosa c’è dietro di loro? Solo un grande vuoto. Quest’ultimo può essere colmato dalla consapevolezza della memoria che li precede e li arricchisce, come hanno sottolineato i due volontari del sindacato pensionati Enrico Trebbi e Fausto Ferri, per spiegare la mostra sui 70 anni dall’eccidio delle Fonderie.

Quale importanza può avere questa mostra per i giovani ?

Enrico Trebbi: «È sicuramente importante che le nuove generazioni abbiano un’idea abbastanza chiara del percorso che è stato seguito dalla storia. Avere questo tipo di formazione è fondamentale per sapere chi siamo e per avere qualche idea sul nostro futuro».

Fausto Ferri: «Credo che esista un problema di trasmissione tra le generazioni. È importante che ci sia una curiosità di quello che è accaduto per comprendere meglio le persone che abbiamo celebrato e voi stessi rispetto a quando popolerete la terra».

Molti feriti durante l’eccidio preferivano farsi curare a casa per evitare di essere arrestati. Ma per quale accusa, dato che il diritto dello sciopero era legittimo?

«L’accusa era quella di resistenza a pubblico ufficiale e di adunata sediziosa. Gli operai vennero infatti accusati di voler dare all’assalto le fonderie. 32 persone furono arrestate, mandate a processo e rimasero in carcere per circa 2 anni, per poi essere tutte prosciolte. Per quanto riguarda la denuncia presentata dalla commissione Terracini, non ci fu nessun seguito: il prefetto e il questore non furono mandati a processo».

Qual è la reazione degli artisti di fronte all’eccidio? Come si sono comportati poeti, pittori, registi e musicisti?

«Noi abbiamo scelto di non proporre questi esiti artistici perchè sarebbe stato controproducente dato che la carica retorica che c’era in queste opere assomigliava abbastanza a quella delle retoriche di tutti i regimi. La fotografia e il cinema neorealista sono stati delle espressioni altissime della cultura italiana e non furono prese da un dibattito indegno, come quello che fu tra astrattismo e realismo in quegli anni. La fotografia è un racconto visivo che ha una tensione all’estetica e di ricerca di uno sguardo non retorico».

Oltre alla ammirevole solidarietà tra la classe operaia, c’è stata anche una grande collaborazione da parte di figure importanti come Gina Borellini, Nilde Iotti e Palmiro Togliatti ( che avevano preso in adozione la sorella di una delle vittime). Qual è la vostra opinione di fronte a questa grande solidarietà che è stata dimostrata?

Fausto Ferri: «Quello che accadde a Modena quel giorno è stato tragico per il sindacato in Italia ma la partecipazione fu imponente. Il fatto che a Modena, nel giorno successivo all’eccidio sia stata convocata l’assemblea di tutta la sinistra parlamentare, già indica l’estrema gravità di questo evento. I volti dei parlamentari rappresentavano quello che era un dolore reale. Il paese era in un periodo molto delicato nello sviluppo democratico e il tentativo di retrocedere o di far retrocedere le conquiste che gli operai avevano ottenuto nei primi anni del dopoguerra si presentava come un attacco frontale. Un attacco che non viene soltanto sostenuto da imprenditori “ottusi” ma anche dalle forze del governo. La partecipazione che ci fu non si è mai più rivista. L’intera popolazione di Modena, di qualsiasi idea politica fosse, si impegnò a partecipare ad una sintesi di dolore e furore che un evento di questo tipo suscitava in tutte le coscienze. Credo che una testimonianza di questo tipo abbia contribuito al fatto che eventi del genere non si siano più ripetuti». —

Manal Loudiy

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