Castelnuovo, «Coronavirus, bufale e leoni da tastiera. Che sollievo tornare»
Michel Talignani ha riabbracciato la famiglia a Montale. «La quarantena: buona prassi. Su Lodi ? È presto per dire»
CASTELNUOVO. “Grand Hotel Cecchignola - Colonia Corona 2020”. Superata la paura è il tempo della festa a casa Talignani, dove Michel ha fatto ritorno alle 3.15 di ieri notte. Il tecnico è stato il primo dei cinque accompagnati a casa in van da Matteo Viviani delle Iene. E ieri sulla sua maglietta bianca campeggiava la scritta ironica pensata insieme agli altri 55 in quarantena alla Cecchignola dopo il ritorno dalla Cina, come dedica al personale medico e infermieristico. «Abbiamo deciso di fare le t-shirt anche per noi - racconta Michel - È stato un modo per attendere il ritorno a casa dove ho potuto finalmente riabbracciare mia moglie Valeria e la mia famiglia che mi ha dato un sollievo indescrivibile. Da oggi tortellini non stop e il menù di mia suocera a pranzo».
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Talignani, in Cina ha temuto per la sua vita?
«Purtroppo avevamo molto tempo da passare sul web a controllare: lì brulicano notizie allarmanti sul Coronavirus. Siamo atterrati a Wuhan il 22 gennaio, al pomeriggio siamo andati a lavorare su un cantiere. Il giorno dopo c’eravamo solo noi in hotel... Il 2 febbraio stavamo aspettando il pullman per prendere l’aereo per l’Italia. Hanno sbagliato il nome sul mio lasciapassare: Michel era scritto con una “L” in più. Un altro momento di sconforto è stato alla Cecchignola quando è risultato positivo il ricercatore. Poi la tensione è calata il 10 febbraio con i tamponi negativi. Così, come il 14, quando abbiamo finalmente ceduto all’ottimismo».
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Il “sistema Italia”, quindi è promosso?
«A pieni voti. Lo Stato italiano è il numero 1 al mondo nella gestione delle emergenze. Ma siamo dei diesel, partiamo piano... Alla Cecchicgnola ci hanno assistito in modo impeccabile per 18 giorni. Avevamo a disposizione l’intero centro olimpico con palestra, pista da corsa, ping pong, mentre a Wuhan eravamo fermi in hotel».
La Cina ha comunicato l’epidemia in ritardo.
«Non è la prima volta. Dobbiamo imparare ad approfondire e a fidarci meno. I primi casi di Coronavirus in Cina risalgono al 19 dicembre. E la chiamavano polmonite virale...».
Lei tornerà lì?
«Prima lasciamo passare l’epidemia. Giovedì, poi, mi è scaduto il visto e io ho i timbri di ingresso e uscita dalla Turchia, in estremo disaccordo con la Cina. E non è così facile ottenerlo: mi hanno chiesto addirittura il nome del preside della mia scuola superiore per rilasciarmelo. Nelle prossime trasferte faremo più attenzione e deciderò personalmente dove andare».
Quali sono le bufale più eclatanti che avete sentito?
«Quell’audio sui social, che la gente moriva per strada, che il Coronavirus uccide all’istante e così via. Non ci sono prove, poi, che abbiamo impiegato dieci giorni per costruire l’ospedale».
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Cosa ne pensa del caso di contagio a Lodi?
«È ancora presto per dire qualsiasi cosa. Pare che il contatto si sia verificato venti giorni fa. Bisogna procedere con cautela: i sintomi sono gli stessi dell’influenza».
Pensa che sia opportuna la quarantena?
«Dovrebbe essere una buona norma al rientro dalla Cina: ci sono appositi contatti per ricevere le istruzioni. Io rilascerei delle brochure a chiunque torna dalla Cina.
Lei è stato nel mirino degli hater.
«Sì, io sono un site manager, capocantiere. Il commento più feroce sui social è stato: “Così impara a fare affari e arricchirsi con la Cina”».
Da cosa sono causati i pregiudizi verso i cinesi?
«Da una paura del diverso. Ma la parte più pericolosa arriva dall’Africa, dove ci sono sette laboratori coi tamponi. Non è un continente attrezzato».
Cosa le lascia di positivo quest’esperienza?
«Il tam tam mediatico conta: se non fosse stato per noi e la nostra insistenza non avrebbero aperto gli occhi». —
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