«Vittime morte un’altra volta Un’indecenza tutta italiana»
La leghista Borellini durissima sulla sentenza di condanna per l’incendio dai vigili L’assessore Forte: «Rispetto per i giudici». Ganzerli: «Non c’è piena giustizia»
MIRANDOLA. Sentimenti contrastanti in città dopo la sentenza di condanna a 8 anni di Otman Boraja, giudicato con rito abbreviato per furto aggravato e incendio doloso al comando della municipale, e per le due morti e le lesioni gravi come “conseguenza di altro delitto”.
«Ho grande rispetto per la magistratura inquirente e giudicante - dice l’assessore alla Sicurezza, Giuseppe Forte - Quindi la sentenza ha sicuramente tenuto conto di ogni elemento, a partire dai capi di imputazione per i quali il giudice ha dovuto decidere. Non credo si debba e si possa fare polemica sulle valutazioni effettuate da dei professionisti».
La valutazione dell’assessore non trova analoghi riscontri nell’analisi del consigliere comunale della Lega, Dorothy Borellini che si affida a facebook. «Nei tribunali italiani, le vittime muoiono una seconda volta. Morire per mano di un immigrato clandestino che, nel cuore della notte, appicca un incendio nella sede della polizia municipale di Mirandola (a proposito, la responsabilità di quella porta così facile da aprire, di chi fu?) non è stato sufficiente». Seguono dure e impubblicabili parole per l’entità della pena: «Una indecenza tutta italiana. Ricordo che, nel 2014, venne inflitta una pena di anni 15 a Fabrizio Corona, perché ritenuto dalla corte suprema “ socialmente pericoloso”. Mi fermo qua. Tutto il resto sarebbe censurabile...».
Al commento replica anche il figlio di Marta Goldoni, vittima 86enne dell’incendio, che scrive: «Non ci sono parole». Per lui (come per padre e fratelli) 50mila euro di provvisorio risarcimento. Amara anche la valutazione di Roberto Ganzerli, capo dell’opposizione e ai tempi del rogo tra i primi ad intervenire in via Roma. «Otto anni di reclusione per il magrebino che ha appiccato il fuoco alla sede della municipale provocando la morte di due persone la ritengo, pur rispettandola, una sentenza che non rende pienamente giustizia alle vittime, alle loro famiglie e alla comunità. Siamo di fronte a una vicenda che non chiarisce del tutto quello che forse è realmente successo perché ancora sussistono molti passaggi oscuri, dal come e perché mai il giovane sia arrivato a Mirandola da Roma al come abbia fatto a individuare la sede del comando pur non conoscendo la città. Ciò che è emerso, comunque, consolida in certezza la natura vera dell’atto: si è trattato di un attentato avvenuto a pochi giorni dal voto, che si risolve con una sentenza e una condanna insufficienti per un fatto di una gravità, per la nostra città, senza precedenti, compromettendone la serenità, in uno dei momenti più delicati della sua storia. L’autoproclamato paladino della sicurezza, l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, in quella vicenda, dimostrò tutta la sua debolezza: nonostante i proclami roboanti, l’attentatore ha potuto vagare per il territorio italiano indisturbato. Nutro il massimo rispetto per chi ha indagato e per i giudici che hanno. Ma per me è una giornata dove la giustizia non si è compiuta pienamente».
Ma, al di là di tante dietrologie sulla presenza di Otman a Mirandola, come si è arrivati alla sentenza? Anzitutto la Procura non ha potuto accusare di omicidio volontario il magrebino perché non c’era prova sostenibile che sapesse che sopra abitavano persone. Anzi, poteva essere indotto a pensare ci fossero altri uffici. Restavano così il furto, l’incendio e un reato che si chiama “morte in conseguenza di un altro reato”, che però prevede da codice pene più lievi. Poi Otman ha scelto il rito abbreviato, con sconto di un terzo di pena. —
F.D.
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