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Modena. Il bianco e il nero di Kenro Izu La sua Pompei dà voce alle anime

Anna Barozzini Davide Cattabriga
Modena. Il bianco e il nero di Kenro Izu La sua Pompei dà voce alle anime

Prosegue la mostra al Mata del fotografo giapponese Si entra nei luoghi con immagini esclusive e i calchi di gesso

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Persone di gesso abbandonate alla natura di Pompei.

Un silenzio innaturale, il silenzio dei luoghi sacri e spirituali, tanto profondo da tracciare un collegamento attraverso i secoli, fino alle immagini di un mondo immobilizzato, sommerso dalla cenere.

“Requiem for Pompei” è un progetto fotografico, avviato nel 2015 dal fotografo giapponese Kenro Izu in collaborazione con Fondazione Fotografia Modena, che vuole restituire una voce a quelle uniche ed effimere immagini degli uomini, che sono sopravvissute all’eruzione.

“Kenro Izu ha scelto di fotografare Pompei, collocando tra le rovine, con un poetico gesto di pietà, i calchi dei corpi delle vittime, che spiccano nel paesaggio come bianche sagome umane”, così l’introduzione alla mostra descrive l’opera del fotografo.

Questi calchi, che lui decide di utilizzare, sono attualmente esposti al museo di Pompei. L’occasione della loro creazione risale agli scavi archeologici alle rovine dell'antica città, durante i quali furono rinvenuti dei solchi dentro allo strato pietrificato di cenere, che hanno permesso, attraverso delle colate di gesso, di ricreare le forme esatte degli abitanti al momento della morte.

L’idea che porta Kenro Izu a rivolgersi alla Fondazione di Modena, con la quale aveva già collaborato per una precedente esposizione, è di contattare il museo per tirare fuori questi corpi, restituirli ai loro luoghi e dedicare così una vera e propria preghiera attraverso lo scatto della macchina fotografica, che cattura questi scenari in un attimo fermo nel tempo, creando un ponte tra passato e presente.

E’ proprio il fascino per l’aspetto più spirituale e sacro dei luoghi che spinge Kenro Izu a sviluppare, negli anni sessanta, la sua passione per la fotografia e che diventa il protagonista di tutta la sua produzione artistica. Daniele De Luigi, uno dei due curatori (insieme a Chiara Dall’Olio), parlando del fotografo e della mostra, racconta come questa rappresenti un punto di svolta per la maturazione del suo progetto fotografico: quella passione che, come dice De Luigi, lo porta a “fotografare i luoghi dello spirito, i luoghi sacri, cioè quei luoghi che a prescindere dalla civiltà, dalle religioni, sono proprio legati al rapporto con la vita, con la morte”, trova una nuova forma quando, «vedendo una cerimonia funebre in India, capisce che la spiritualità sta soprattutto nelle persone, senza le quali i luoghi sono come conchiglie vuote, come gusci vuoti». Così Kenro Izu supera l’imponenza e la solennità dei più grandi siti archeologici del mondo, dalle piramidi all’Isola di Pasqua, viaggiando dalla Cambogia al Tibet, dall’India fino al Messico e al Perù, tutti luoghi rappresentati nella sua precedente esposizione, “Sacred Places”. Izu scopre la grandezza e la fragilità delle tracce umane, il carattere sospeso tra meraviglia e distruzione che proviene dalle rovine.

L’esposizione “Requiem for Pompei” propone una selezione di 55 immagini inedite, donate da Kenro Izu alla Fondazione di Modena. 30 di queste eseguite con una fotocamera digitale, 25 con una a banco ottico. Ognuna di esse raffigura uno dei calchi di gesso, immerso nel silenzio delle rovine di Pompei.

Centrale nella tecnica dell’autore è la salvaguardia della profonda e pesante ambientazione che contraddistingue i luoghi sacri: Izu individua nel recupero di stili e di tecniche di stampa tipici della fotografia ottocentesca (quale appunto la stessa macchina fotografica a banco ottico) il mezzo più adatto per imprimere nelle sue immagini le magiche atmosfere di queste scene. Inoltre esse ritrovano agli occhi del fotografo il loro antico valore. Racconta De Luigi, «Kenro Izu riserva una preghiera ai morti prima di ogni scatto per rispetto nei confronti delle vittime che egli considera persone e non semplicemente statue di gesso». Sono cadaveri in fondo, seppur senza volto e senza pelle. E infatti, in quei solchi trovati negli scavi di Pompei, gli “stampi” in cui venne fatto colare il gesso, esistevano ancora gli scheletri dei morti, che ora trovano riposo dentro ai calchi.

Kenro Izu rappresenta il “giorno dopo” l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.: rovine popolate da uomini con ossa di ricordi e carne di gesso. —

Anna Barozzini

Davide Cattabriga