Modena. La mostra di Kenro Izu «Un percorso spirituale fatto di testimonianze»
Uno dei curatori dell’esposizione, Daniele De Luigi, spiega il percorso costruito dall’artista per dare forma a un dolore senza tempo
MODENA. «Un percorso spirituale». Così Daniele De Luigi definisce la mostra fotografica “Requiem for Pompei” di Kenro Izu. De Luigi, nato a Reggio Emilia, è curatore e critico d’arte contemporanea, in particolare di fotografia. Si è occupato di esposizioni e progetti per istituzioni pubbliche, gallerie, spazi privati e aziende.
La mostra, inaugurata il 6 dicembre scorso, vanta 55 fotografie inedite di Kenro Izu e copie dei calchi donate dal parco archeologico di Pompei. Immagini suggestive, capaci di dare forma a un dolore senza tempo della morte che colpì l’antica città nel 79 d.C. Il curatore ci accompagna tra i luoghi eterni di Pompei immortalati dal fotografo giapponese.
Chi è l’artista e come mai ha scelto come soggetto delle sue fotografie questi luoghi?
«Kenro Izu è un famoso artista giapponese nato a Osaka. Dopo una prima formazione presso il College of Arts della Nihon University di Tokyo, già giovanissimo si trasferì a New York per completare i suoi studi e dove tuttora vive e lavora. Nel 2015 decide di dedicarsi alla città di Pompei e a quanto rimasto dopo la terribile eruzione, dato che è sempre stato interessato ai luoghi intrisi di sacralità, che in questo caso non ritrova tanto nelle rovine quanto nella tragica atmosfera che offre spunti di riflessione sul tema della vita e sul rapporto fra uomo e natura. Il suo progetto prevede il posizionamento di alcuni calchi (forme ricavate con il gesso di esseri umani e animali sepolti dalla cenere e dalle macerie) in luoghi da lui ritenuti suggestivi; queste sagome lo ispirarono in quanto testimonianze drammaticamente atemporali».
Abbiamo notato l’utilizzo della fotografia in bianco e nero. Come mai questa scelta insolita?
«L’artista è cresciuto negli anni ‘70 quando era in voga la fotografia fine-art che trova la sua massima espressione nel bianco e nero. Oltretutto anche oggi nell’era digitale continua ad utilizzare i negativi con la tecnica del platino palladio e una fotocamera di grandi dimensioni chiamata “banco ottico”, con la quale, attraverso un lento processo di sviluppo, gli sembra di ripercorrere il viaggio di un pellegrino. Ciò gli permette di ottenere fotografie di altissima qualità e di controllare ancora interamente il processo fotografico, dallo scatto alla stampa finale. E’ interessante anche sottolineare il processo di passaggio dal negativo alla foto, che lui compie sovrapponendo il primo ad un foglio bianco, in modo che “rimanga intrappolata l’atmosfera del luogo, senza che altra aria la contamini”».
Dato il successo della mostra, sarà riproposta anche in altri luoghi?
«La mostra è stata possibile grazie alla collaborazione con Massimo Osanna, sovrintendente degli scavi del parco archeologico che ci ha prestato le copie dei calchi oggi esposti. Proprio per l’importante valore della mostra Speriamo di poterla proporre in altri luoghi, forse a Pompei stessa». —
Francesca Forti
Mattia Cosenza
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