Modena. Un malato fatica a parlare ma batte il tempo con le dita «Ha effetti straordinari»
La dottoressa Elisabetta Bertellini dirige la struttura complessa dell’azienda ospedaliero-universitaria e racconta la sua esperienza
Ci facciamo scortare dalla dottoressa Elisabetta Bertellini, primario del reparto di Anestesia e Rianimazione dell’azienda ospedaliero-universitaria, tra i letti, sistemati in fila nell’open space. Gli infermieri e inservienti non si fermano mai, sconosciuti eroi di ogni giorno.
La scena a cui assistiamo sembra surreale, tra il bianco e il grigio della stanza due ragazze si avvicinano piano al malato, che acconsente con un gesto lento. La musica inizia. L’uomo nel letto tamburella i polpastrelli, segue il ritmo, e il modo è quello di chi batte sui tasti di un pianoforte. «Guardate, forse suonava», sussurra un infermiere. E al suono segue solo il silenzio. Mentre torniamo dal reparto la dottoressa ci spiega meglio il progetto: «Fa parte della linea di umanizzazione delle terapie intensive e consiste nel portare la musica in reparto, per i pazienti, i famigliari, e per noi medici e infermieri. Nel caso del nostro ospedale è un’esperienza unica, altri centri l’hanno applicata in modo meno personale, per filodiffusione ad esempio. Da noi sono le musiciste che vengono a suonare, e non si posizionano al centro della sala, distanti, ma vicine al paziente. È questo il valore aggiunto, creare un rapporto individuale con il malato».
I parenti possono prendersi cura dei pazienti come mai prima d’ora, quando il reparto era riservato al personale ospedaliero e a chi curava. E a volte per abbandonarsi e trovare il modo di andare avanti non bastano le parole.
«E’ un linguaggio paraverbale, che necessita di empatia. Si basa anche su elementi oggettivi: la musica ha effetti straordinari dal punto di vista scientifico, ad esempio su tutto il sistema neurovegetativo, e da qui nascono miglioramenti documentati, che fanno di quest’esperienza una componente terapeutica vera e propria».
Sul riscontro positivo e tangibile «abbiamo visto cambiamenti sia su quella che era la percezione, la soddisfazione e il benessere, a volte, dei famigliari stessi e dei pazienti, sia sui dati oggettivi, sui parametri del malato insomma. Abbiamo notato come la tranquillità indotta dalla musica influenzi l’assetto neurovegetativo, comportando una riduzione di frequenza e l’abbassamento di pressione. Porteremo quest’esperienza ad un congresso internazionale molto selettivo», conclude. Il progetto è unico e nuovo, e iniziare è stato audace «abbiamo letto e cercato documentazione, dato che a livello europeo e non italiano la musicoterapia era già stata applicata in passato. In secondo luogo abbiamo contattato il conservatorio Vecchi-Tonelli e cercato i fondi; la risposta è stata entusiasta, e le nostre musiciste si sono adoperate fin da subito». Sulla porta del reparto la dottoressa Maria Cristina Soccorsi ci racconta ancora qualcosa «a volte si sentono in gabbia, o molto soli. Ricordo un malato che aveva ricevuto una prognosi tremenda. Dopo aver ascoltato la musica mi disse che, come nella canzone, questa stanza non aveva più pareti». —
Maria Vittoria Scaglioni
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