Modena. «E dire che volevo fare l’astrofisico...» Ceccarelli, vita da chirurgo pediatrico
Il professore del Policlinico si racconta: «Il numero di piccoli pazienti fragili e in difficoltà è in costante crescita»
«Se devo essere sincero, da piccolo volevo fare l’astrofisico. Sono stati i vecchi libri di chirurgia di mia madre a farmi interessare all’ambito chirurgico».
Parla Pier Luca Ceccarelli, Direttore dell’unità operativa di Chirurgia pediatrica del Policlinico di Modena. Dopo aver frequentato la Facoltà di Medicina e Chirurgia di Ferrara per i primi anni, si trasferisce a Bologna per laurearsi e poi specializzarsi in chirurgia pediatrica. «Straordinario, ma straordinariamente difficile». Queste le parole che il professore ha scelto per riassumere il suo lavoro di tutti i giorni: da piccoli interventi di routine alle più gravi e complesse malformazioni in età infantile.
Quali sono le particolarità del suo lavoro quotidiano?
«Noi siamo chirurghi totali: ci occupiamo di patologie di ogni tipo, ad esclusione di quelle che riguardano il cuore e il cervello. Un’altra differenza tra la chirurgia degli adulti è l’importanza vitale dei nostri interventi. Curiamo bambini che hanno un’aspettativa di vita di due mesi che grazie alle nostre operazioni tornano sani e lo rimangono per tutta la vita. Comunemente si pensa che il chirurgo pediatrico si occupi solo di piccoli interventi semplici come le appendiciti, ma qui a Modena operiamo spesso anche i neonati, altre volte facciamo operazioni in utero per cui il livello di difficoltà di certo non è basso. Ultimamente i bambini che arrivano qui sono sempre più fragili e delicati».
Lei ha sottolineato più volte l’aumento dei bambini malati, quali potrebbero essere le cause di questa fragilità?
«La letteratura e gli studi scientifici dimostrano ogni giorno nuove correlazioni fra patologie e determinate scelte di vita. I bambini nati da un’inseminazione artificiale ad esempio corrono un rischio del 15-20% di sviluppare patologie come neoplasie o anche autismo e dislessia. Anche l’inquinamento di particolari zone molto industrializzate influisce sulla salute infantile: mi è capitato di visitare bambini che presentavano tumori tipici degli adulti, molto più difficili da curare (il caso più eclatante quando si è dovuto occupare, poco tempo fa, di un tumore al colon in una ragazza di appena 14 anni, vittima di una patologia che solitamente insorge in paziente adulti)».
Il suo lavoro comporta delle responsabilità importanti sulla vita dei suoi piccoli pazienti. Ci si abitua prima o poi alla pressione e all’ansia di certe situazioni?
«Non credo esista una risposta giusta a questa domanda. Mi è capitato di dover comunicare notizie molto spiacevoli ad alcune coppie ma non mi sono mai abituato a questo peso. Penso che chi vuole diventare chirurgo debba aspettarsi queste situazioni molto tese e non deve farsi condizionare dalle emozioni forti. Per formare dei team che si occupano di operazioni ad alto rischio come il mio credo sia giusto farsi giudicare da chi se ne intende per capire se si è adeguati o no a questi compiti».
L’ambito chirurgico sta attraversando delle rivoluzioni tecnologiche significative. Lei crede che i nuovi strumenti tecnologici prenderanno mai il posto del chirurgo che comunque avrà sempre l’ultima decisione?
«Non credo e spero che il chirurgo sia sempre presente durante gli interventi. L’obiettivo delle operazioni è curare il paziente ed è il chirurgo che dirige il tutto. Ci sono strumenti molto innovativi che mi aiutano tanto in sala operatoria, ma stare tranquillamente a casa mentre un braccio robotico fa l’operazione al posto mio è impensabile per me. Il chirurgo deve assolutamente sfruttarli al meglio in base allo scopo che deve raggiungere ma non lo possono sostituire totalmente». —
Clarissa Giovanardi
