Modena, la messa del vescovo nel Duomo vuoto: «Preghiere per salvare il corpo e l’anima»
Mercoledì delle Ceneri e coronavirus: il rito senza i fedeli e senza scambiarsi il segno della pace tra i pochissimi presenti
MODENA. Sono le 18, la processione d’ingresso del vescovo e degli altri celebranti (alcuni sacerdoti, tra cui il vicario generale, qualche ministro dell’altare, un diacono) è breve e meno solenne del solito. Il Duomo è completamente vuoto, eccezion fatta per qualche tecnico televisivo, qualche giornalista, un piccolo coro che accompagna la celebrazione, non più du venti persone in tutto. È la celebrazione delle Ceneri al tempo del coronavirus. Un inizio di Quaresima che, come dirà il vescovo Erio nell’omelia, dà veramente sostanza alla Parola di Dio, una parola in cui si parla di pregare nel segreto della propria stanza. E il Duomo, per una volta, diventa una porta che si apre nelle stanze dei fedeli che seguono la celebrazione davanti alla televisione.
Niente cenere sul capo (se non per i pochi presenti) segno quaresimale per eccellenza in attesa della Pasqua, la festa della risurrezione di Gesù Cristo, niente segno della pace (nemmeno in Duomo), naturalmente niente comunione.
Il vescovo di Modena e amministratore apostolico di Carpi, don Erio Castellucci, ha aperto ringraziando operatori della sanità, i volontari, quelli della comunicazione e poi ha spiegato: «Tutti insieme siamo un’assemblea sparsa su un territorio vasto, un’assemblea inconsueta». La messa si snoda normalmente, poi nell’omelia don Erio interviene con chiarezza: «Nel sacrificio richiesto a molti fedeli, la rinuncia alla partecipazione personale alla Cena del Signore, è racchiusa un’opportunità: ritrovare il “segreto” della propria casa, della propria stanza, e riscoprire il cuore della preghiera, pur senza l’aiuto della comunità radunata. La preghiera - ha osservato - in questi giorni è soprattutto richiesta di salute del corpo e dell’anima, perché questo virus ha effettivamente colpito persone e famiglie. Questa prova svela la debolezza umana, come quell’altra grande prova che otto anni fa si è abbattuta anche nelle nostre zone, il terremoto. Un’epidemia - ha proseguito nel paragone il vescovo - è come un’onda sismica invisibile, che colpisce di nascosto la vita delle persone e le tocca in profondità». La risposta è il confidare nel Signore: «Gesù, di fronte alla fragilità umana da lui stesso assunta, ha evitato la rassegnazione, ha combattuto la paura. Non si è arreso alla malattia e al dolore, ha contrastato la radicata convinzione che fosse una punizione divina, l’ha escluso con le parole, ma soprattutto con i miracoli di guarigione e con la sua stessa innocente sofferenza, e ha segnato non solo la pista della preghiera, ma anche quelle dell’elemosina e del digiuno. La preghiera, quando è autentica, si trasforma infatti nella condivisione. È bello, in questi faticosi giorni, sentire come crescano le prassi di buon vicinato e le attenzioni verso coloro che sono colpiti dalla malattia. Il tempo della crisi sia vissuto come tempo delle opportunità - ha concluso - tempo per una preghiera, una sobrietà e una condivisione che, a partire dal “segreto” delle case, si allarga, come un contagio positivo, sull’intera comunità cristiana e civile. Un’epidemia benefica, questa sì provocata e sostenuta dal Signore».
Poi il vescovo ha impartito le ceneri sul capo dei pochi presenti e la celebrazione si è poi conclusa. —

