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Modena. «Mi piaceva la danza e mi deridevano» Ora Angelin è tra i migliori al mondo

Giulia Soli Giulia Falco Matilde Campazzi Lara Merhi
Modena. «Mi piaceva la danza e mi deridevano» Ora Angelin è tra i migliori al mondo

La storia di Preljocaj: «Ho combattuto, vivo con il balletto, voglio restituire ciò che mi ha dato: è un’arte universale»

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MODENA «I miei genitori erano contrari e i miei amici mi deridevano. Ciò mi ha dato la grinta e la forza che mi hanno portato a non rinunciare mai».

È così che Angelin Preljocaj, 63 anni, è oggi diventato uno dei coreografi di danza moderna migliori al mondo. Dopo anni di duro lavoro, nel 1994 crea la sua prima coreografia “Le Parc” per l’Opéra di Parigi e l’anno successivo gli viene proposto di prendere la direzione del Ballet du Nord che un anno dopo prenderà il nome di Ballet Preljocaj. Martedì 18 febbraio, al teatro Comunale Luciano Pavarotti, è stata messa in scena per la prima volta in Italia l’opera “Gravité”. Prendendo ispirazione da Newton ed Einstein, Preljocaj sottopone il corpo umano a diverse forze gravitazionali, come se si spostasse da un pianeta all’altro.

Come le è venuta l’idea di mischiare la danza con la fisica?

«All’inizio della mia carriera ero principalmente concentrato sulla realizzazione di balletti classici narrativi come Romeo e Giulietta oppure Biancaneve. Successivamente mi sono concentrato anche su un tipo di balletto più astratto e sperimentale in modo da mettere alla prova le mie capacità e di lanciarmi in un campo che non conoscevo ancora così bene. Da quel momento ho iniziato ad alternare queste due tipologie di balletto e arrivai a capire come fossero indispensabili entrambe per me e come questi due genere apparentemente così diversi si arricchiscano molto a vicenda. Recentemente mi è venuta l’idea di provare a trovare una via di mezzo tra l’astratto e il concreto, mettendo insieme le caratteristiche diverse di questi due generi. Un fattore ricorrente nei miei balletti è il tema della gravità e ho pensato per una volta di ideare un balletto basato sulla gravità essendo sempre presente nel campo della danza anche se si differenzia da genere a genere. Come nella danza classica si cerca di contrastare la gravità con movimenti leggeri e sempre diretti verso l’alto, nella danza moderna la gravità ha uno stretto rapporto con i ballerini e i movimenti sono basati sull’interazione con questa forza».

Pensa che le nuove generazioni siano meno interessate alla danza e ad altre forme d’arte in generale?

«Essendo un coreografo, ovviamente penso che la danza sia più interessante. Ho combattuto con la danza, vivo con la danza perché la danza mi ha dato tanto e sto cercando di restituirle ciò che mi ha dato. Penso che la danza sia un’arte universale. Tutti noi abbiamo un corpo e anche se non sai ballare e non hai mai ballato in tutta la tua vita, provi delle sensazioni, si instaura un rapporto, una sorta di telepatia tra te e i ballerini. Se ascolti il suono di un violino, ti piace sentirlo anche se non sai suonarlo. Però con la danza è diverso perché abbiamo tutti lo stesso strumento, il corpo».

È considerato uno dei più importanti coreografi. La sua passione le è stata passata da un membro della famiglia o è nata da lei stesso?

«Innanzitutto la mia famiglia non voleva che diventassi un ballerino o coreografo ed è stata davvero una lotta. Allora ero davvero arrabbiato nei loro confronti, adesso invece li ringrazio perché mi hanno dato la grinta e la forza che mi hanno portato a non rinunciare mai ai miei sogni e ambizioni. In generale quando i genitori esaltano troppo i propri figli e li proteggono dalle difficoltà, essi non imparano ad affrontarle e al primo ostacolo rinunciano. Per me invece è stato difficile da subito e ho imparato fin da piccolo ad affrontare e superare difficoltà. Mi esaltavo da solo e mi ripetevo sempre: Io voglio danzare e danzerò. Mi sono scontrato anche con i miei amici dei sobborghi che mi deridevano per la mia passione, era una lotta continua che in un modo o nell’altro mi ha aiutato molto. Il mio modello è il Ballets Russes, la compagnia di Djagilev fondata in Russia. Sono stati capaci di creare contenuti all’avanguardia con persone del livello di Stravinskij (allora un semplice giovane compositore di San Pietroburgo) e Picasso, ai tempi ancora sconosciuti. Djagilev prendeva quindi queste persone e provava a trarne qualcosa di moderno».

Abbiamo notato la grade varietà della musica scelta. Come è avvenuta la selezione?

«All’inizio pensavo di provare a creare sequenze diverse con sensazioni diverse della gravità, una con gravità minore come sulla luna, e un’altra con gravità maggiore. Questa differenza di gravità dipende logicamente dal pianeta trattato: più grande è il pianeta, più è forte la gravità. Ho deciso quindi di rappresentare la differenza di gravità con diversi costumi, musiche, luci e di conseguenza atmosfere diverse. Per esempio la composizione di Dmítrij Šostakóvič che ho scelto rappresenta perfettamente la sensazione di leggerezza caratteristica della luna. Le musiche dei Daft Punk hanno invece un carattere più forte. Per la scena che rappresenta un buco nero ho scelto il Bolero di Maurice Ravel. Nel buco nero l’energia e la gravità sono così forti che oltrepassata una linea chiamata “Origine degli Eventi” si viene risucchiati e non c’è più via di ritorno. Infatti in un momento della coreografia, i ballerini sono in cerchio e cercano di scappare inutilmente perché vengono sempre attirati di nuovo all’interno del cerchio dalla gravità. Il Bolero di Ravel rappresenta bene questo fenomeno». —

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