Il Po è in secca: così il clima impazzito sta mettendo in crisi il Grande Fiume
I livelli idrografici del fiume più grande d’Italia sono gli stessi di questa estate, ma è fine febbraio. Una dinamica figlia del cambiamento climatico che rischia di pregiudicare pesantemente anche la nostra agricoltura e la nostra economia
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Sembra piena estate, ma è solo fine febbraio. Il riscaldamento climatico non è una cosa lontana nel tempo e nello spazio, ma una realtà che ormai influenza sempre più insistentemente le nostre vite e il nostro presente. Ce lo ricorda il Po che lamenta, in questi giorni, livelli idrografici nettamente al di sotto della media stagionale. Una dinamica diffusa in tutte le regioni attraversate dal fiume più grande d’Italia. Venerdì 28 febbraio il livello idrometrico al ponte della Becca, in provincia di Pavia, alla confluenza fra Ticino e Po è stato di meno 2,53 metri, lo stesso di metà agosto scorso.
Una dinamica che sconta il calo drammatico delle precipitazioni del mese di febbraio. A gennaio, infatti, i livelli erano superiori alla media; ma, dopo due mesi senza piogge e con temperature elevate per la stagione, nei giorni scorsi il fiume ha fatto registrare livelli inferiori alle medie del periodo. Oggi il fiume è ben 6,16 metri sotto lo zero idrometrico a Cremona, meno 1,99 a Boretto (all’altezza di Viadana-Pomponesco) e meno 1.06 a Borgoforte.
Anomalie che vengono scontate anche dai grandi laghi italiani: con percentuali di riempimento che, a metà febbraio andavano dal 25% di quello di Como al 28% del Lago D’Iseo.
Sono gli effetti – sottolinea la Coldiretti – del grande caldo e dell’assenza di precipitazioni significative in un inverno bollente con una temperatura che finora in Italia è stata di 1,65 gradi superiore alla media storica, secondo le elaborazioni dei dati dell’istituto Isac Cnr di Torino relativi ai mesi di dicembre e gennaio». La situazione critica a causa della siccità e delle alte temperature per il fiume Po ha spinto l'Autorità distrettuale di bacino a convocare per venerdì 6 marzo l'Osservatorio sulle crisi idriche.
«Il clima mite può creare problemi – fa sapere Coldiretti Emilia Romagna – sia perché favorisce la riproduzione di insetti dannosi come la cimice asiatica, sia per le fioriture anticipate, come quella degli albicocchi. E anche con le colture da seme siamo di fatto in anticipo di un mese; per questo in Romagna è stata richiesta l’irrigazione con acqua del Po con largo anticipo. La situazione va tenuta monitorata: se la stagione si dovesse rivelare scarsa di piogge andremmo incontro a un emergenza siccità».
La situazione, critica a causa di siccità e delle alte temperature per il fiume Po, ha spinto l’Autorità distrettuale di bacino a convocare per il 6 marzo l’Osservatorio sulle crisi idriche per fare il punto della situazione. La penuria di precipitazioni potrebbe ridurre i livelli idrometrici di un ulteriore 20%.
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L’eccezionalità degli eventi atmosferici è ormai diventata la norma anche in Italia: «Siamo di fronte a una evidente tendenza alla tropicalizzazione», sottolinea l’associazione.
Il 2019 è stato il quarto anno più caldo per il nostro Paese dopo i record di 2014, 2015 e 2018 secondo le elaborazioni su dati Isac/Cnr che effettua le rilevazioni dal 1800.
«Si sciolgono i ghiacciai, i grandi serbatoi di freddo di una volta non ci sono più, come ad esempio la Siberia. Così il freddo resta intrappolato al Polo, non riuscendo più a scendere». Il meteorologo pavese Tommaso Grieco è sempre più perplesso davanti alle rilevazioni dei suoi strumenti nel dal suo osservatorio di Cascina Pelizza (Pavia). La primavera avanzata in pieno inverno, roba mai vista. O quasi. «Ci sono stati in altre occasioni giornate calde _ spiega _ ma quello che sorprende, almeno fino ad oggi, è la mancanza totale di ondate di freddo che invece nei precedenti inverni ci sono sempre state. Nel 2020 non ce n'è traccia».
E il paradosso è stato che, a metà febbraio, è già scattato il pericolo incendi. La lunga assenza di piogge e le "temperature insolitamente miti” di questo 'strano' inverno" ha portato la Protezione civile dell'Emilia-Romagna a segnalare il pericolo di incendi boschivi.
E a pagare il prezzo più alto è il settore agricolo. «L’agricoltura è l’attività economica che più di tutte le altre vive quotidianamente le conseguenze dei cambiamenti climatici con sfasamenti stagionali ed eventi estremi che hanno causato una perdita in Italia di oltre 14 miliardi di euro nel corso del decennio tra produzione agricola nazionale, strutture e infrastrutture rurali» sottolinea la Colidretti dell’Emilia Romagna.
Del resto a scontare il conto di un clima impazzito sono, al solito, gli agricoltori. Da sempre abituati a convivere con le bizzarrie del meteo, i produttori che vivono dei frutti della terra sono sempre più esposti all'estremizzazione dei fenomeni atmosferici. Una dinamica sottolineata anche da Marco Carrara.
“L’analisi degli ultimi 5 anni lo dice chiaramente: oltre 100 milioni di euro indennizzati alle imprese agricole mantovane per il periodo 2015-2020, rispetto agli 80 milioni indennizzati nei precedenti 40 anni 1975-2014”. E la produzione agricola del 2020 non sembra purtroppo partire con il piede giusto: “I primi segnali 2020 non sono per nulla rassicuranti, la nuova stagione agricola è iniziata com’era finita, all’insegna di eventi anomali ed estremi. In novembre ci sono state abbondantissime precipitazioni, il triplo delle piogge attese. Si sono ritardate e in numerosi casi sono impedite le semine delle colture autunno-primaverili. È seguito un prolungato periodo siccitoso accompagnato da una forte anomalia termica, temperature medie 2-3 gradi sopra la norma, che stanno portando un forte anticipo nello sviluppo vegetativo delle colture frutticole, con il rischio di possibili gelate che potrebbero ridurre pesantemente la produzione frutticola come avvenuto nel 2017”. Gli effetti dei cambiamenti climatici stanno infatti stravolgendo il calendario della stagionalità di tutti i principali prodotti agricoli.
Il timore è legato in primis al mix fioriture-gelate, che potrebbe rivelarsi letale: «Siamo molto preoccupati, abbiamo un mese d’anticipo sulla tabella di marcia. Una situazione ad alto rischio, speriamo torni il freddo» spiega Giorgio Polegato della Coldiretti di Treviso. «La speranza nell’abbassamento delle temperature è finalizzata a bloccare la fioritura - precisa - Una primavera anticipata cozza infatti con le gelate: sempre possibili, pure ad aprile. Se si verificano a fioritura avvenuta, il rischio è di vedere “bruciare” tutto, inficiando la produzione, a soffrirne sarebbero soprattutto viticoltura e alberi da frutta».
Anche se il direttore di Confagricoltura, Massimo Battisti ridimensiona: «Le gelate ci sono sempre state e se si verificheranno provocheranno danni alle piante già in fiore. Ma attenzione: le temperature devono scendere ad almeno cinque gradi sotto lo zero. E non mi sembra che ci siano previsioni in tal senso. Mi preoccupa di più la mancanza di precipitazioni. A breve si seminano barbabietole da zucchero, poi l’erba medica. E se non piove qualche problema lo avremo».
Ma cosa c’entra il Po? Molto, perché il Grande Fiume italiano svolge un ruolo essenziale per quel che riguarda l’irrigazione. In questo scenario piuttosto complesso il Consorzio di bonifica dell’Emilia Centrale ha avviato tutte le azioni virtuose e preventive volte a favorire il migliore accesso possibile alla pratica irrigua, non senza criticità da risolvere. In particolare, l’impianto di Boretto, fondamentale per le colture e l’agroalimentare delle province di Reggio Emilia, Modena e Mantova – circa 220mila ettari ciascuna e seconda presa di risorsa idrica della Regione dopo il Canale emiliano romagnolo (Cer) – ha visto attivare dallo staff tecnico consortile e le imprese coinvolte, le operazioni in alveo con uomini, mezzi, imbarcazioni per dragare e per sgomberare l’ingente quantità di sabbia accumulatasi durante l’autunno e l’inverno, maggiore rispetto agli altri anni a causa delle due piene del Po che si sono succedute alla fine del 2019, il 17 novembre e il 17 dicembre scorso.
La pioggia? Stando alle previsioni meteo a lungo periodo - e per questo da prendere con beneficio di inventario - le prime gocce dovrebbero arrivare a giorni, ma i due mesi di siccità hanno già iniziato a creare problemi all’agricoltura.
Nel frattempo sono aumentate considerevolmente anche nel ferrarese le richieste di irrigazione dei campi da parte delle aziende agricole visto il perdurare dell’alta pressione e della mancanza di piogge per cui nel giro di un paio di settimane si è passati dalla richiesta di 60 ettari da irrigare a quota mille ettari. Un dato che è indicativo di come cresce la richiesta delle aziende di avere l’acqua in questo periodo.
E per arrivare pronti anche alle future richieste di irrigazione dei campi ferraresi il Consorzio di Bonifica già dal 25 febbraio ha iniziato a prelevare l’acqua soprattutto dal Po in modo da riempire i canali di irrigazione delle campagne per garantire l’acqua in maniera anticipata in questo inverno siccitoso. È lo stato direttore dello Consorzio di Bonifica La Pianura Ferrara a illustrare il quadro operativo
«Iniziamo in questi giorni a prelevare l’acqua dai grandi fiumi - ha detto il direttore Mauro Monti - per arrivare alla scadenza del 1 marzo delle richieste anticipate con i canali perfettamente a disposizione e al giusto livello. Le operazione di prelievo dal fiume sono state avviate a Pontelagoscuro, da immettere successivamente nel Po di Volano e portare acqua anche nel Mezzano, mentre per assicurare la capienza nei canali del codogorese e della zona del Delta sono in funzione prelievi a Contuga e Garbina sul Po, per l’Argentano, soprattutto per Bando si preleverà dalle acque del fiume Reno per garantire a tutto il territorio una omogenea quantità d’acqua. Serviranno quattro o cinque giorni per raggiungere tutti i canali in modo che a marzo siamo pronti per questa fase».
E se il livello del Po dovesse continuare a calare le spese aggiuntive lieviterebbero. Anche per i costi di irrigazione.
