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Coronavirus a Modena

Modena. «Qui ci sono soltanto io» Chiara, le biblioteche vuote e i romanzi sulle pestilenze

ARIANNA DE MICHELI
Modena. «Qui ci sono soltanto io» Chiara, le biblioteche vuote e i romanzi sulle pestilenze

Ieri mattina alla Delfini una sola studentessa: «Studio Storia. Che sconforto» In una libreria del centro clienti a caccia di Manzoni, Camus e Koontz

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MODENA. Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie (Ungaretti docet). Un po’ più precari del solito, in attesa di intuire da che parte tirerà il vento. «Ci sentiamo spaesate. Non siamo medici. Non abbiamo né le competenze, né gli strumenti per valutare l’efficacia delle precauzioni adottate. Eccessivo allarmismo? E chi può dirlo? È tutto molto confuso. Speriamo che chi di dovere stia agendo in modo consono». Incontriamo Anna e Loredana nella loro parvenza di quotidianità. Un quotidiano fatto anche di libri presi e resi che oggi pare l’unico antidoto ad un extra-ordinario caotico e contradditorio.

Biblioteca Delfini, metà mattina. Luogo di per sé silente vieppiù paludato di una calma surreale. In cui tutti – e sono pochi – sembrano fluttuare quasi privi di peso. Nessuno degli ospiti, perlopiù persone d’età o di mezza età, mostra un volto parzialmente coperto. Alla conta le mascherine risultano tre: la prima sfoggiata al collo a mo’ di foulard, le altre a coprire come d’uopo naso e bocca. Mascherine di un bianco candido a uso esclusivo di quegli stessi dipendenti che, come ribadiscono più volte, sono stati invitati a non rilasciare dichiarazione alcuna. Di giovani neppure l’ombra. Una studentessa di numero. Seduta nel chiostro a gambe incrociate. «Studio storia a Bologna. Quando sono a Modena vengo spesso qui. Ma oggi... dai, guardatevi attorno... non mi dite che mi viene voglia di entrare. Scusate, ma mi ha preso un po’ di sconforto». Si chiama Chiara. Ciglia chilometriche, occhi grandi un filo malinconici. «Davvero era necessario... per un’influenza? Sarà anche aggressiva ma vi sembra facile trovare una giustificazione a... questo?». Il suo sguardo scavalca le nostre spalle e cade nel vuoto. Il bar funziona a regime ridotto. L’affluenza, ci dicono, è dimezzata. «La sala studio è chiusa. L’università è chiusa. Tutte le biblioteche universitarie sono chiuse. Devo dire altro o basta?». Grazie Chiara, basta e avanza.

Avanza il silenzio. Tanto che ci viene spontaneo camminare in punta di piedi anche dopo aver guadagnato l’uscita. Il sole splende – freddino per la verità - e non si può dire che Piazza Roma sia deserta. Però è muta. Isolata acusticamente, avvolta in quel non-rumore peculiare delle giornate di neve. Persino il coronavirus sembra il convitato di pietra che nessuno nomina. Tanto da evocare l’Innominato dei Promessi Sposi, capolavoro di Alessandro Manzoni. Che, ci dicono, sia in grande (ri)spolvero. O almeno è quanto sostengono in una libreria in via Emilia centro. Qui anche gli habitué, soprattutto se non più di primo pelo, negli ultimi giorni vivono nascosti. Di contro si sono palesati volti inediti con richieste ben precise: i Promessi Sposi appunto – forse per affidarsi alla Provvidenza – e La Peste di Albert Camus. È però “The eyes of darkness” il libro in assoluto più ricercato al tempo di Covid 19. Un thriller del 1981 firmato dallo scrittore statunitense Dean Koontz. «Intorno al 2020 una grave polmonite in grado di resistere alle cure conosciute si diffonderà in tutto il mondo». E se non fosse sufficiente siffatto inciso per comprendere il rinnovato interesse nei confronti di un’opera di trent’anni fa, vi basti sapere che Koontz battezzò l’arma biologica usata per diffondere il contagio Wuhan 400.

Perché abbiamo deviato in libreria tradendo le biblioteche? Perché libro chiama libro. Ma anche per trovare conforto all’ennesimo, consistente silenzio. Undici del mattino, Palazzo dei Musei. Reduci dalla Delfini giungiamo in Sant’Agostino. L’ordinanza impone i sigilli alla biblioteca Estense Universitaria. Rimane aperta la biblioteca d’arte e di architettura Poletti. Ad accoglierci, vergati bianco su rosso, i “dieci comportamenti da seguire” (primo comandamento: lavati spesso le mani). «Non possiamo rilasciare dichiarazioni. Entrate pure ma per favore non scattate fotografie». Un ritornello già sentito. C’è qualcuno? Chiediamo noi. «Un paio di persone». Entriamo. Vediamo solo un giovane alle prese con un grosso tomo. La seconda persona assomiglia molto all’uomo invisibile. Ancora una volta ci dileguiamo in punta di piedi. —