«Hai la febbre?» Così le aziende infrangono i diritti dei lavoratori
I sindacati denunciano le richieste di autocertificazioni per verificare lo stato di salute di addetti, fornitori e clienti
«Hai avuto la febbre sopra 37,2? Sei stato in Lombardia?».
Queste alcune delle domande a cui i dipendenti di aziende modenesi sono stati sottoposti da parte dei propri datori di lavoro, in barba a tutte le norme in materia di privacy.
«E ancora questionari sulle condizioni di salute, autocertificazioni, richieste su dati sensibili dei dipendenti: le aziende non possono presentare questo genere di pretese, nemmeno in momenti di emergenza», sottolineano Cgil Modena, Cisl Emilia Centrale e Uil Modena-Reggio Emilia a proposito del comportamento che alcune imprese stanno tenendo nei confronti dei propri addetti da quando i contagi di Coronavirus hanno toccato il territorio modenese. E sarebbe un comportamento iniziato proprio nella nostra città e che poi si è diffuso nel resto della regione, in particolare nelle strutture di medio e grandi dimensioni tanto che anche i sindacati regionali sono intervenuti.
Si tratta di procedure che le dirigenze stanno tenendo per precauzione, ma che vanno a ledere i diritti basilari dei lavoratori: «E inoltre - precisa Cesare Pizzolla di Cgil Modena - le società private non possono sostituirsi alle autorità sanitarie preposte».
È difficile anche per i sindacati riuscire a intercettare tutti i comportamenti poco chiari in atto.
le domande
«La situazione - prosegue Pizzolla - si può definire a “macchia di leopardo”. Non tutti stanno richiedendo queste autocertificazioni ed è bene sottolinearlo. Ci sono aziende, tuttavia, che hanno usato una modulistica distribuita a ciascuno dei propri dipendenti in cui si chiedono addirittura gli spostamenti degli ultimi quindici giorni: se sono stati in Cina, se hanno avuto contatti con la Lombardia e le altre zone rosse, in particolare il Lodigiano. Insomma in tutte quelle zone d’Italia e del mondo in cui la diffusione della malattia è più intensa».
Non siamo di fronte a modelli standard, ogni azienda è andata per la sua strada presentando moduli di vario tipo: «In alcuni documenti - evidenzia Pizzolla - si chiede perfino al dipendente se abbia avuto febbre sopra la temperatura di 37,2 gradi. O se ha sofferto di tosse o di sintomi respiratori collegabili al virus o all’influenza. Qui si entra nel campo della privacy delle persone».
il ruolo delle aziende
Un tema quanto mai delicato, una sorta di check-up improvvisato: «Al quale si aggiunge una “autosostituzione” di ruolo da parte delle aziende che subentrano agli enti preposti alla sicurezza sanitaria del Paese. Se io fossi un dipendente e avessi il sospetto di poter essere entrato in contatto con il Coronavirus il mio primo pensiero sarebbe rapportarmi all’Ausl e alle altre autorità competenti».
Anche fornitori e clienti non sono stati esentati dalle domande: «In alcuni casi sono state fatte richieste di questo genere agli “estranei” che dovevano entrare nel perimetro aziendale».
C’è chi potrebbe eccepire che siamo di fronte a misure straordinarie in un momento di emergenza: «Nessuno mette in discussione le finalità di queste azioni. Ognuno di noi è impegnato affinché il nemico comune, la malattia, venga sconfitto. Però le competenze non possono essere confuse: le imprese sono imprese e non possono ergersi ad autorità sanitarie».
I sindacati, dunque, sottolineano che «non è obbligatorio compilare alcun questionario o autocertificazione proposti dalle aziende o altri enti che non sia il dipartimento di igiene pubblica dell’Ausl. E soprattutto che la sorveglianza sanitaria attivabile dai medici competenti aziendali può riguardare solo i rischi professionali».
cosa è concesso
Al massimo le aziende «in accordo tra medico competente, responsabile del servizio di prevenzione e protezione e rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, devono evidenziare con cartellonistica specifica le azioni igienico-sanitarie previste dal protocollo, fornendo adeguati prodotti e dispositivi di prevenzione, ove necessari. Solo il medico competente può indicare prescrizioni volte a tutelare eventuali soggetti a rischio per i quali, a fronte di determinate patologie, l'eventuale contagio potrebbe avere conseguenze di gravità». —
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