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Coronavirus a Modena

LA STORIA / Quella bestiolina di virus che separa le persone amate

gaetano j. gasparini
LA STORIA / Quella bestiolina di virus che separa le persone amate

Il viaggio a ridosso della zona rossa di un modenese vicino a Piacenza tra paesi fantasma, chiacchiere con gli amici e ricadute sociali 

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PIACENZA. Un gruppo di ragazzini vestiti con scafandri anti-proliferazione è davanti al bar sotto casa mia. Stanno scherzando con delle simil tute bianche anti contaminazione nucleare. Tanto basta a farmi tirar fuori il telefono e fotografare. I ragazzi vogliono 30 euro per il disturbo, sono su di giri, ci scaldiamo tutti ma interviene il proprietario che placa gli animi.

Per strada la gente si saluta senza stringersi la mano, molti portano la mascherina che in ogni farmacia del centro storico è andata in esaurimento. La poca gente nei pub beve pesante, molti ordinano apposta la birra Corona. Ridono, banchettano, esorcizzano il pericolo. «Se è davvero come dicono, ce l’abbiamo tutti», dice un avventore. I presenti tracannano urlando maledizioni contro il virus incrociando i bicchieri colmi di alcol.

Sono bar popolari dove la ruvidezza è una caratteristica distintiva. Ci muoviamo lentamente verso il centro alla ricerca di qualche locale aperto. Nella città fantasma ci rechiamo al Dubliner’s, un pub stile irlandese molto frequentato dalla movida piacentina. Il posto è semi-deserto, il barista lo dice chiaramente: «È la paura del virus». Beviamo una birra in bottiglia, preferiamo non usare il bicchiere, e poi usciamo, lasciando il bancone senza avventori.

Sono chiusi tutti i cinema, i teatri, i centri commerciali, le scuole, le università, gli stadi, persino le chiese. La paura non risparmia la messa. C’è solo qualche bar e i pakistani nei loro minimarket. «Stanno facendo paura a tutta una nazione, di questo virus non si muore», dice sottovoce Fanni, proprietario di un paki-store.

Deambulando per la città deserta con un amico, riflettiamo sui nostri recenti spostamenti. Piacenza è piccola, i contatti inevitabili.

«Ho preso il treno regionale per Casalpusterlengo e poi per Modena. Sono andato in palestra a fare aikido, in piscina e ad almeno quattro aperitivi», ripeto ad alta voce.

«Io a calcetto, in discoteca e a due cene con diverse persone», ribatte l’amico.

«Siamo fregati - osserva - dovremmo fare come Pietro che si autorecluso».

Pietro è un professore delle scuole superiori a Codogno. Se qualcuno ha contratto il virus è proprio lui, e lo sapeva quando si è messo in quarantena spontanea. Pietro è ora in Sardegna, lui che lavora nell’epicentro del contagio ha come solo interesse di rinchiudersi per due settimane in casa nella sua isola.

La sera a Piacenza non c'è anima viva. Le eleganti boutique di via XX settembre scintillano senza clienti.

La gente di questo angolo d’Italia è sobria, concreta, responsabile, non avvezza a manifestare le proprie emozioni né a dare di matto. Molti vengono dalla terra e hanno preso sul serio la vicenda. Gente che non si fa ripetere due volte che la quarantena serve a tutta la comunità e che bisogna rimanere al proprio domicilio. Eseguono alla lettera e basta.

«Perché proprio qui? Perché in questa zona dove non c’è nulla se non tanta gente che lavora?», si chiede il mio compare.

Le strade sono desolate: i cinema, i teatri, le feste del carnevale, la partita di calcio, tutto sospeso.

I supermercati nei giorni scorsi sono stati presi d’assalto, alcuni cominciano a scarseggiare di beni di prima necessità: «Le famiglie si sono recate in massa a svuotare gli scaffali prevedendo un isolamento di almeno 14 giorni, hanno comprato pasta, riso, sughi e latte a lunga conservazione, zucchero», dice Lisa, una cassiera dell’Esselunga.

«Ci è scoppiato in mano all’improvviso, come un petardo dalla miccia difettosa», sostiene l’amico.

È vero, tutto è cominciato nella notte fra giovedì e venerdì di dieci giorni fa. Un pugno in pancia a una popolazione di 50mila persone suddivisa in una decina di comuni ora blindati dalle forze di polizia e da reparti dell’esercito. Diritti civili sospesi, ma nessuno se ne preoccupa.

Nessuno esce, nessuno entra nella zona rossa che dista appena 15 chilometri da Piacenza. Ho provato a passare, ma ci sono i posti di blocco intorno a Casalpusterlengo.

Ci sono stato comunque qualche notte fa quando i posti di blocco non erano ancora stati posizionati. Sono riuscito a passare a baciare mia figlia che abita a Casalpusterlengo. Le ho raccontato una vera favola e me ne sono tornato per le stradine di campagna a Piacenza. «Sei pazzo ad aver fatto ciò», dice il mio amico. A Piacenza i contagiati sono cresciuti. «Fra poco sarà zona rossa anche qui, fra poco non potremo neanche bere una birra insieme», rispondo.

Io sono a Piacenza, a 15 chilometri da mia figlia e c’è un cordone che mi impedisce di vederla. Non sono solo nella mia condizione, le ricadute di questa crisi sanitaria sono prima di tutto sociali, una bestiolina di virus che tiene le persone lontane le une dalle altre, anche quelle più care e amate.

Io voglio uscire ancora. —


 

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