«Più paura in rete che nella vita reale Così il Coronavirus ha ribaltato i ruoli»
Sisto, docente di Filosofia teoretica a Torino, indaga da anni su morte e cultura digitale
l’intervista
Marco Costanzini
«Abbiamo rimosso la morte dalla nostra quotidianità al punto tale che ci risulta molto difficile affrontare un pericolo a noi sconosciuto. Servono attenzione e prevenzione, guidate dal raziocinio e dalla consapevolezza della portata dell’evento che si sta vivendo. Ogni forma di sottovalutazione non ha senso, ma nemmeno l’enfasi apocalittica, che può solo generare comportamenti assurdi come quello di svuotare i supermercati. Scene di panico collettivo sono l’effetto negativo della mancanza di un rapporto equilibrato con la propria mortalità».
Davide Sisto, docente di Filosofia Teoretica all’università di Torino ed esperto di tanatologia, ha concentrato i suoi studi e le sue ultime pubblicazioni sulla morte in relazione alla cultura digitale. Di immortalità sulla rete e spettri digitali ha parlato anche nell’ultimo Festivalfilosofia con la lezione “Post Mortem”. Morte e social, con chiavi di lettura diverse, sono temi che si intrecciano nella quotidianità stravolta dall’emergenza coronavirus. Sisto ne offre un’interpretazione legata al comportamento delle persone.
Quali aspetti di questo fenomeno l’hanno colpita?
«Il primo spunto che ho colto è un ribaltamento dei ruoli tra dimensione online ed offline. Per le strade di Torino, nei primi giorni di interruzione di diverse iniziative, vivevo una situazione comunque più tranquilla di quanto apparisse sui social. Era come se l’offline cercasse di ridimensionare l’ansia emersa nell’online: la realtà che rassicura il virtuale, quasi un paradosso. Un altro spunto l’ho trovato leggendo un post su come la società affrontò il disastro di Chernobyl: un caso decisamente drammatico ebbe un impatto sulle persone molto meno forte del coronavirus nell’epoca social. I social, di cui ho una visione positiva in relazione al fine vita, nel caso di una minaccia generalizzata tendono a peggiorare la situazione e ad enfatizzarla in negativo».
Per quale ragione?
«In Occidente, per nostra fortuna, non siamo più abituati a situazioni che attentino realmente alla nostra vita quotidiana. Quando si presentano rischi, ci troviamo molto più in difficoltà ad affrontarli. L’aver rimosso la morte dalla quotidianità comporta l’estremizzazione di ogni possibile pericolo, perché non siamo abituati a scendere a patti con la nostra mortalità».
Quanto incidono i social?
«Se si considera che ciascuno di noi ha migliaia di contatti virtuali, raggiungibili in un istante, è facile capire quanto l’impatto della parola registrata in rete amplifichi la percezione del pericolo, portando chiunque a esprimere un’opinione anche senza avere conoscenze specifiche e a generare comportamenti sconsiderati come svuotare i supermercati».
Come si spiegano questi comportamenti?
«È l’effetto della riscoperta della propria mortalità, di cui non si tiene conto quando, ad esempio, si è in giro o si attraversa la strada. Queste sono le nostre epidemie di tutti i giorni, come la morte tra le mura domestiche. Si assiste quindi al paradosso per cui quotidianamente ci sentiamo immortali, poi l’idea dell’epidemia virale è capace di mandarci nel panico al semplice colpo di tosse di una persona. Così riscopriamo la nostra fragilità, rimossa dai pensieri quando abbiamo tanti comportamenti che possono mettere a rischio la nostra vita. In questa emergenza è giusto essere prudenti e seguire le misure cautelari, tenendo conto che le restrizioni derivano anche dall’esigenza di non sovraccaricare il sistema sanitario, ma è sempre importante guardare tutto sotto i riflettori corretti: non sottovalutando il pericolo né enfatizzandolo con toni apocalittici che generano solo panico». —
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