Casa della Carità I volontari:chiedono aiuto: «Servono giovani»
Ogni giorno accolgono una ventina di persone in difficoltà «Abbiamo bisogno di tutti, pure di chi può dare poche ore»
La Casa della Carità di via Cimarosa festeggia nel 2020 settant'anni di attività ma lo fa in sofferenza di ricambio generazionale e nella speranza che nuove leve si facciano avanti per proseguire un'attività a sostegno del prossimo che non si è mai ininterrotta dal 1950. Si tratta di un centro che ogni giorno accoglie stabilmente una ventina di persone, dando sostegno a chi è più fragile sia nelle necessità quotidiane che in una forma di valorizzazione della propria persona. L'anniversario cadrà a fine anno, il giorno in cui Don Mario Prandi, assieme a due suore in un giorno di neve, fondò la terza delle strutture che portano questo nome nella Diocesi di Reggio Emilia.
Una “famiglia per chi non ha famiglia”, come si legge anche nel libro che fu realizzato nel 2000 in occasione del cinquantesimo della struttura. In questi anni però lo spirito di sacrificio e di vocazione di tante persone è venuto un po' a mancare e, ciò nonostante, la Casa della Carità funziona ogni giorno, non solo per chi ci vive ma anche per le persone le quali, a mezzogiorno, trovano sempre un pasto caldo e un po' di compagnia. «È un luogo dallo spirito familiare – spiega Gabriele Bastardi, volontario da trent'anni della struttura – dove si incontrano persone con tante fragilità, sia fisica che psicologica, ma non solo. Qui chi è emarginato riesce a vivere grazie al volontariato e anche a un proprio ruolo attivo nel fare tante piccole e grandi cose, secondo le possibilità di ognuno. È venuta a ad abitarci per tre mesi anche una famiglia, i cui bambini hanno portato tantissima energia». Però adesso ci vorrebbero nuove forze: «Prima c'era una cultura più familiare in genere – prosegue il volontario – alla sera adesso vedi che si sono signore tra i settanta e gli ottant'anni che vengono ad aiutare queste persone a prepararsi per andare a letto. È un'esperienza gratificante, ma purtroppo mancano i giovani, non sono incentivati. Per esempio, penso a quelli che giocano negli oratori a calcio, i quali una volta a settimana a turno potrebbero venire a fare un'esperienza spirituale. Gli scout vengono una volta al mese, ma lì abbiamo bisogno tutti i giorni, anche delle poche ore che ognuno può dare». Oltre alla suore, alla Casa della Carità operano una quindicina di volontari: dalla signora che offre un paio di ore del suo tempo per stirare i vestiti a chi invece si occupa dei pasti quotidiani. «Ognuno deve sentirsi di fare quel che può, senza obblighi – conclude Gabriele nel suo appello – in una civiltà in cui si tende a perdere la speranza è un'esperienza che appaga. Mi dispiace vedere in generale questa Casa della Carità non valorizzata per quello che rappresenta da anni». —
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