Coronavirus. «Il vero coprifuoco noi l’abbiamo vissuto E senza supermercati da saccheggiare»
I ricordi di due “ex ragazzini incoscienti” di Modena «La guerra ci ha temprato. Per noi la morte era naturale»
MODENA. «Mi presi l’asiatica nel 1958. Ero appena rientrato a Reggio Emilia, in cavalleria. Ricordo che i miei familiari quasi non mi avevano riconosciuto, avevo perso diciassette chili. Del resto, allora, durante il servizio militare si mangiava poco e male. L’igiene poi.. tutti a pescare la brodaglia in quegli schifosi pentoloni di alluminio che poi dovevamo lavare. Ma di acqua c’era giusto una goccia e quindi usavamo la sabbia, e insomma presi l’asiatica. Uno degli ultimi ad essere contagiato. Quaranta di febbre, barcollavo, mi attaccavo ai muri. Ma passò così come era arrivata. Chi se la beccò tardi non ricevette alcuna assistenza. E anche adesso... Già ora mancano i ventilatori nelle terapie intensive. Mi sa che me lo dovevo prendere subito il coronavirus. Pace. Io sto bene, cammino sempre molto. Certo, qualche acciacco c’è. Non sembra? Perché davanti sono tutto bello! Se però guardate dentro... Ovvio che sono ottimista, un po’ di fatalismo non guasta. Noi siamo cresciuti vedendo morire tante persone. Non come voi oggi. La morte ai nostri tempi era una cosa naturale. Crescere con i nonni ci ha temprato, corazzato. Mia nonna era una donna di ferro, si è fatta due guerre. Io quando è scoppiato il secondo conflitto ero un bimbetto incosciente, come tutti in realtà.
Stavamo sfollati a Torre Maina, di fatto vicino ad un comando tedesco. Spesso gli aerei americani mitragliavano. E noi bambini di corsa a raccogliere i bossoli. Avete presente le bandoliere cariche di proiettili che i guerriglieri messicani portavano incrociate sul petto? Noi giocavamo così. Il pericolo neanche lo prendevamo in considerazione. Il mondo era molto diverso, più primitivo».
Ogni epoca ha i propri conflitti. E noi, a modo nostro, siamo in guerra. O così ci sentiamo. Però al contrario di chi, come Giorgio Ruini, la guerra l’ha vissuta sulla propria pelle, la maggior parte di noi è poco “abituata” alla morte, alla rinuncia, al coprifuoco.
Un coprifuoco che, per quanti ci privi dell’aperitivo, è ancora lungi dal segregarci in quattro mura buie. «Il buio un po’ ci proteggeva dai bombardamenti» ricorda Giorgio che, al tempo, ancora non aveva dieci anni.
E delle sere vissute in casa a luci spente ha buona memoria anche Dino Camola, ai tempi adolescente. «Ero un ragazzino e come tale curioso. Ma non è che alla sera potevi mettere il naso fuori di casa, ti sparavano. Ciò non toglie che noi ragazzi fossimo degli incoscienti» e Dino suo malgrado fa eco a Giorgio.
«A fronte di un rastrellamento - ricorda - tagliavamo la corda, questo sì. Se però durante il giorno un aereo americano bombardava, ecco che subito andavamo a vedere. Il coronavirus? Mah, ho un’età... se ormai di noi vecchi non si preoccupano manco più gli ospedali... beh, non me ne faccio un cruccio neppure io. Siamo cresciuti con la morte accanto. Ho visto i fascisti uccidere i partigiani, ammazzarli contro un muro. Però non pensate che la distinzione tra buoni e cattivi fosse manichea. Anzi. Ero contento dei liberatori americani ma quegli stessi americani mi hanno tirato giù la casa. E anche tra i tedeschi c’era gente per bene. Franz ad esempio. Invece di sparare ai partigiani, lui rubava le uova ai contadini. Un giorno si fece cucinare da mia madre una frittata di trenta uova. Un po’ ne mangiammo anche noi ma la maggior parte finì nel suo stomaco. Ci disse che non ricordava di aver mangiato mai nulla di più buono».
Orfano di padre – «morì che avevo dieci anni» - Dino Camola cresce con la mamma – «una donna incredibile, avrei voluto aiutarla di più» - e il fratello minore. «Io e mio fratello ci litigavamo le braghe. Un paio erano buone, le altre tristi e bucate. Però entrambi avevamo le mutande cucite da mia madre. Una fortuna, molti bambini non le portavano. Il cibo? Non c’erano i supermercati da saccheggiare!
Con la tessera rimediavi qualcosa, un po’ di pane, un litro di olio ogni sei mesi. Sì... c’era pure la borsa nera. Ma che prezzo! La fame è una brutta bestia. Noi ce la cavavamo ma molta gente non aveva nulla. E quando rompevi un piatto non è che potevi andare al negozio a ricomprarlo. Ci si arrangiava. In quegli anni stavamo a Sassuolo che era un quinto rispetto ad oggi. L’unica farmacia si trovava centro del paese. Capitava che nelle ore di coprifuoco servisse una medicina. Non potevi che avventurarti fuori sventolando un fazzoletto bianco. Con una doppia speranza: trovare la medicina e rimanere vivo». —
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