«In cella la tv amplifica la paura: basta una voce per scatenare il panico»
«Provate a mettervi nei panni di chi vive in una cella 24 ore al giorno, vede di continuo la televisione che descrive l'emergenza Coronavirus che c'è in Italia e sente crescere l'ansia, senza poter fare nulla per gestirla o trovare delle risposte. Dentro il carcere ogni cosa viene amplificata, anche in una situazione di normalità, figuriamoci ora, questo non bisogna dimenticarlo». Paola Cigarini, volontaria dell'associazione Gruppo Carcere Città, da due giorni è davanti all'istituto penitenziario di Modena: «Dalle notizie che abbiamo il carcere di Modena è inutilizzabile. Chi ha sbagliato dovrà pagare, questo è certo - ha detto Cigarini - ma non serve a nessuno fare commenti, come ho visto sui social, del tipo “meglio che il virus prenda a loro lì dentro che a me fuori'”. Già da alcune settimane, con l'avanzare del diffondersi del virus, la tensione nel carcere stava salendo. «Dentro ad un carcere, in una situazione come questa, basta che si diffonda la voce di un recluso che ha una normale influenza per accendere gli animi». Molti detenuti hanno chiesto con insistenza di farsi misurare la febbre, mentre altri volevano fare il tampone. «Niente più scuola o corsi, anche i laboratori sono stati annullati. Tanti reclusi, poi, sono tossicodipendenti e per gestire l'ansia fanno uso di psicofarmaci. A volte - ha concluso Cigarini - basta che cominci il più esagitato a protestare e gli altri lo seguono. Come allo stadio». —
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