Isabella e Daniela da Modena in quarantena a Bangkok «Qui tutti sono ligi. Quanti morti in Italia...»
Il racconto di due cooperanti modenesi che lavorano per la Fao Lavorano da casa con pc e smartphone. Non possono andare in ufficio perché le autorità hanno chiesto a tutta la popolazione di non uscire. Sono due cooperanti modenesi, Daniela Scalise, 32 anni, di Nonantola e Isabella Apruzzese, 29 anni, di Modena, e si trovano a Bangkok dove collaborano a due progetti della Fao.
BANGKOK Lavorano da casa con pc e smartphone. Non possono andare in ufficio perché le autorità hanno chiesto a tutta la popolazione di non uscire. Sono due cooperanti modenesi, Daniela Scalise, 32 anni, di Nonantola e Isabella Apruzzese, 29 anni, di Modena, e si trovano a Bangkok dove collaborano a due progetti della Fao.
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Lì, nella capitale della Thailandia, l’epidemia si sta diffondendo velocemente, portata dai turisti occidentali. La situazione è ancora sotto controllo: secondo le fonti ufficiali i contagiati sono 1.700, una decina i morti, poche centinaia i ricoverati in ospedale. Le autorità, però, hanno dato un giro di vite: da giovedì è vietato uscire dalle 22 alle 5. A Phuket, capitale turistica, gli stranieri sono confinati nelle stanze di hotel e resort e il cibo viene portato sulla soglia. A Bangkok fino a pochi giorni fa c’era già una sorta di quarantena volontaria, con le pattuglie di esercito e polizia lungo le arterie che collegano le zone in cui abitano 20 milioni di persone.
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Daniela e Isabella, però, si preoccupano per i genitori in Italia. E i genitori per le figlie così lontane. Le telefonate sono quotidiane, piene di rassicurazioni reciproche, ma l’ansia non si spegne. «A Bangkok si stanno superando i livelli di guardia – spiega Isabella, una laurea in biotecnologie, alla seconda esperienza thailandese - L’invito a restare a casa viene preso alla lettera. Per quello che si legge sui quotidiani locali i casi di Coronavirus sono circoscritti. Si segue la traccia di ogni focolaio e il sistema sanitario per ora regge bene. Il lavoro? Mi sposto verso l’ufficio solo se è indispensabile: mi occupo di una branca di “Food safety”, la sicurezza alimentare legata alla conservazione dei cibi. Qui mi trovo molto bene perché c’è una grande cultura di accoglienza verso gli stranieri. E poi si può mangiare ogni cosa, di ogni parte del mondo. Nostalgia per la cucina di casa? A non molta distanza c’è il ristorante “Il Bolognese” dove fanno delle ottime tagliatelle al ragù. I tortellini? Con 35 gradi all’ombra sono sconsigliabili».
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Anche Daniela telefona spesso ai genitori a Nonantola, al fratello e alla sorella rimasti a casa. Lei, dopo sette anni in Indocina, ne ha assorbito la cultura e i costumi, parla cambogiano e thai, anche se a livello base, oltre a un inglese fluente, al tedesco e al francese che maneggia abitualmente nelle relazioni internazionali. Alle spalle ha una laurea a Modena in Lingue e letterature europee, un master in diritti umani e tante esperienze di lavoro, dall’Olanda alle Ong, da una compagnia finanziaria alla sicurezza animale in Tailandia. «Non sono la tipica dipendente Fao – dice al telefono - ma in questo contesto ho potuto mettere a frutto la mia esperienza. Il lavoro della nostra equipe è quello di raccogliere dati, confrontarli e poi trasmettere tutto a Roma. Quanto al Covid 19 qui se n’è cominciato a parlare da gennaio con i primi allarmi dalla Cina.
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Si temeva il peggio, visto che la maggior parte di turisti arriva proprio da quella nazione, e la popolazione si è rimboccata le maniche. Qui la gente negli anni ha dovuto fare i conti con le alluvioni e ogni tipo di epidemia, dall’aviaria alla peste suina. Sono organizzati e da subito hanno comprato gel e fatto le scorte alimentari. Poi, quando il peggio sembrava passato ecco che scoppiano i focolai in Italia e una diffusione più forte anche qui. I thailandesi però sono molto ligi agli ordini, mantengono le distanze personali, non dimenticano mai la mascherina. Ma, come me, non riescono a capire la ragione dei tanti morti registrati nel nostro Paese». —
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