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Calcio, podismo e il suo S. Felice le grandi passioni

Stefano Turcato
Calcio, podismo e il suo S. Felice le grandi passioni

Calciatore nel ruolo di portiere poi dirigente  per tanti anni nella società del suo paese 

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vero SPORTIVO

Stefano Turcato

Per Alberto credo di potere trasgredire le regole giornalistiche e quindi parlare in prima persona.

Con Alberto condividevo soprattutto tre passioni sincere che avevamo in comune: quella per il giornalismo, quella per lo sport e il calcio su tutti, quella per l’ironia e in particolare l’autoironia, che era un carattere distintivo di Alberto. A un punto tale da avere la capacità e la voglia di scherzare su qualsiasi argomento, a un punto tale da correre molto spesso il rischio di essere frainteso e d’altra parte l’ironia non è patrimonio di tutti, ancora meno l’autoironia. A un punto tale da riuscire a scherzare persino sulla sua malattia, cosa che è riuscito a fare fino a non molto tempo fa. Quel mezzo sorriso che si intravedeva sulle labbra ogni volta che scherzava è l’immagine con cui lo vorrò sempre ricordare.

La passione per il giornalismo, per la cronaca anche minuta, per l’inchiesta, per la ricerca puntigliosa delle magagne, degli errori, delle contraddizioni, debolezze e ipocrisie del mondo che ci circonda è patrimonio che Alberto ha donato alla Gazzetta.

Alberto era soprattutto uno sportivo, calcio e podismo le discipline praticate. Da calciatore era stato un buon portiere, aveva giocato nel Finale, nel San Felice, nella Botti di cui io stesso ero dirigente e in tante altre società dilettantistiche modenesi. Uno sportivo che aveva un legame indissolubile con il suo territorio, con il suo paese, San Felice, e alla società giallorossa ha dedicato tanti anni sia come dirigente sia come tecnico preparatore dei giovani portieri. Ammirando il suo rapporto con i giovani calciatori, ma anche con gli studenti che venivano alla Gazzetta per apprendere i rudimenti del giornalismo, lo prendevo spesso in giro definendolo un insegnante mancato. La sua ironia ammaliava i ragazzi, che alle lezioni si divertivano sistematicamente. Da decenni la mia seconda attività è quella di dirigente sportivo e devo ad Alberto se a San Felice ho trascorso cinque anni stupendi come dirigente della società giallorossa. Con Alberto e l’allenatore Pellacani ho condiviso i giorni terribili dopo il sisma del 2012: in tre siamo riusciti a trovare risorse e persone capaci di mantenere in vita il calcio sanfeliciano dopo che gli altri dirigenti locali, colpiti dal terremoto, si erano arresi. La sua capacità di non mollare mai ci ha trascinati in quell’impresa ed è stato avvilente, nei mesi appena lasciati alle spalle, vedere che Alberto quest’anno era stato indotto a dimettersi da quel San Felice che continuava ad amare anche dopo essere stato tradito.

La sua voglia di non arrendersi è stata ammirevole anche negli otto anni in cui ha lottato con la malattia cercando di sottrarsi al destino. Quando il fisico ancora lo consentiva, nonostante fosse già minato, ha trovato la spinta per correre la Maratona di Padova di passo veloce e arrivare al traguardo: la tempra dello sportivo autentico. E ora sto cercando di immaginarmi con che parole Alberto mi prenderebbe in giro per queste cose che sto scrivendo.—

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