Gazzetta di Modena

Modena

Ciao Alberto La Gazzetta piange il suo combattente

Ciao Alberto La Gazzetta piange il suo combattente

Setti aveva 56 anni. Si è spento nella sua casa di San Felice Dal ’95 in redazione protagonista delle inchieste più difficili Laureato in Giurisprudenza è stato protagonista dei casi Deposito gas infiltrazioni mafiose e processo Aemilia

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Lutto nel mondo del giornalismo modenese: è morto Alberto Setti, storica firma de 'La Gazzetta di Modenà, dove aveva iniziato a lavorare come corrispondente nel 1986. Aveva 56 anni. «Autore di grandi battaglie giornalistiche - ricorda la Gazzetta di Modena sul suo sito web - lottava da tempo contro un male. E lottava col sorriso. Come un leone». Cordoglio per la scomparsa di Setti dall'associazione stampa modenese: «Giornalista innamorato del suo mestiere e della sua terra, di cui era un appassionato narratore».

CHI ERA

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"Ciao Alberto"

di Gianluca Pedrazzi

Domenica riusciva ancora a sorridere. Guardava la Finale delle finali di Wimbledon. Quella di Mc Enroe e Borg. Cinque set sempre giocati sul filo. Lottando fino all’ultima pallina. Lo specchio della sua vita. Del modo di intendere la sua vita.

A calcio faceva il portiere. Altra metafora di quello che è stato. Lui che era attaccante nato doveva parare qualche tiro “mancino”. Che minava il territorio. Come il giorno in cui scoprì che in un angolo di terra della Bassa, tra Rivara e San Felice c’era chi voleva costruire il più grande giacimento di gas sotterraneo d’Europa. Una maledizione che si consumerà nel 2012 con la pietra tombale sul progetto arrivata anche dalla Terra, che pure lei sembrò ribellarsi a quella sciagurata idea.

O quando sulla Gazzetta scriveva della fantomatica inchiesta dei pedofili nella Bassa. Un macroscopico errore della “Giustizia” italiana che ha rovinato famiglie e portato a morir di crepacuore don Giorgio Govoni.

La Gazzetta uscì con la notizia che il povero sacerdote era morto e altri giornali lo stesso giorno uscivano con l’intervista al sacerdote... Ne potremmo scrivere tante e ancora tante di storie di battaglie giornalistiche scritte da Alberto Setti, giornalista della Gazzetta di Modena che si è spento, si è arreso a una lunga malattia, ieri mattina nella sua adorata casa di via Tassi, nella campagna di San Felice.


Aveva 56 anni Alberto. Combattente. Idealista. Un carattere tanto solare quanto spigoloso. Prendere o lasciare. Ma di mezzo c’era anche (e soprattutto) che aveva un grande cuore. Liceale al “Morandi” di Finale Emilia, poi l’Università e la laurea in Giurisprudenza a Modena. Nell’86 una telefonata e diventa corrispondente della Bassa per il nostro giornale. “Che cosa devo fare? Insegnatemi...Ci provo”. C’era poco da insegnare... Nel ’95 l’assunzione in pianta stabile in redazione. E sarà lui a seguire le inchieste più scabrose. Più complicate. Scavando nella notizia. In quella apparentemente più semplice e da liquidare in poche righe.

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Dalla vicenda pedofili nella Bassa, tornata come “Veleno” alla ribalta nazionale qualche mese fa a quella prima di un pugno di abitanti di Rivara e San Felice poi di tutto il Modenese per il no al deposito gas della fantomatica Independent. Fu lui a scoprire che sul piano urbanistico a Serramazzoni nel 2010 tante cose non andavano e grazie alla sua inchiesta la Procura ordinò il blitz in municipio. Divenne l’inchiesta “Teseo”.


E mentre lavorava al giornale si occupava di crescere una piccola grande scuola di giornalismo. Entrando nelle aule. Fondando pure una sorta di giornalino e di redazione. Dal nome profetico: “Voci dal B(r)anco”. Perché in fondo Alberto era un lupo.

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Un capo branco a caccia di notizie e con la mano tesa al mondo del volontariato e della solidarietà. Sportivo, fino a qualche mese fa faceva andare in stampa lo storico “All’ombra della Rocca” giornalino dell’amata squadra di casa: il San Felice. Correva, anche quando la malattia se lo divorava. Come quella volta che già sofferente si fece tutta la Maratona di Padova.

Aveva ideato al “Gir dal Mulin” e soprattutto la “Staffetta Terremoto Emilia” che da più città del Nord ricordava il sisma. E come non ricordare la grande inchiesta sulle infiltrazioni mafiose, quelle della ’ndrangheta che portarono al maxi processo “Aemilia”. Fino all’ultimo in redazione. Al suo posto. Col sorriso anche quando gli occhi dicevano altro. Un abbraccio ad Alessandra. Alla mamma. Ad Angelo. Ciao Alberto. —

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IL GIORNALISTA

Quando ci ricordasti che «la guardia non si abbassa mai

di Roberta Giani

«Sì, ci vado io». Il 21 febbraio, alla Tenda, Tiziano Soresina, un tuo caro collega e amico, presentava  il libro “I mille giorni di Aemilia”. Ti ho chiesto se volevi occupartene, ci sarebbe stato anche un altro collega e amico che stimavi, Giovanni Tizian, tu stavi già male, molto male, ma non ci hai pensato un istante: «Ci vado io».
Era una tua battaglia, Alberto, quella contro le infiltrazioni mafiose in Emilia Romagna. E tu, sulle tue battaglie, non mollavi mai.
Abbiamo avuto poco tempo per conoscerci. Non eri nemmeno di tante parole. Ma la prima o la seconda volta che sei venuto nel mio ufficio, lo ricordo bene, mi hai detto: «Direttore, ti diranno che con le mafie non si vendono le copie, ma non possiamo abbassare la guardia».
Sì, Alberto, avevi ragione: non possiamo, non dobbiamo e non vogliamo. Te lo dobbiamo, anche: i colleghi e gli amici, tantissimi, che oggi ti salutano un’ultima volta ricordano tutti il tuo amore per il giornalismo, il tuo coraggio dentro e fuori la redazione, la tua passione civile.
Senza quell’amore, senza quel coraggio, senza quella passione, non esiste il giornalismo vero. E tu - a noi della Gazzetta e alla nostra comunità di lettori - ce lo ricordavi nel tuo modo, talvolta brusco, ogni giorno.
Grazie, Alberto.

La passione più forte del rigore per fare sempre qualcosa in più

di Enrico Grazioli

“Come vuoi che racconti dei mesi/ di quello straordinario inverno/ di gemme anche quassù, e sole/ fra i rami nel dicembre, quando il manto/
di neve ero io, la corteccia glabra/ lo scricchiolio del gelo nelle ossa./ Per quale voce straordinaria dirti l’inverno,/ quando l’inverno ero io?”


C’erano anche questi versi in quel libro che, non avendo parole mie, ti lasciai in mano, Alberto, la mattina che entrasti, e non lo facevi mai, a dirmi qualcosa. Che non andava, no, proprio non andava. Ti avevano dato sei mesi, non un giorno di più. E lo raccontavi come una notizia, ancora da verificare. Una condanna, ma si erano dimenticati la condizionale. La variabile della tua volontà, della tua forza, della tua umiltà travestita da ribalderia, dall’esuberanza con cui a fatica stavi dentro le gabbie dell’apparente normalità. Appunto: li hai smentiti, non ti sei fidato né arreso all’evidenza.

Come ti piaceva fare di fronte alle notizie poco credibili, oppure ufficiali o semplicemente banali. Bisognava andare oltre, o almeno provarci. Avevi gli occhi più chiari del solito quella mattina e pensare che i tuoi hanno sempre brillato, anche per contrasto con il grigio che ci circondava. Non so cosa fosse, ma era una luce di fine settembre, mese di impressioni. Poi venne l’inverno, straordinario, e una primavera inattesa. La cura cercata e rischiata, come si rischia per cercare la verità, la speranza. Di ricostruire, la tua vita come la tua casa, la tua Bassa ferita dal terremoto, la tua vera casa.

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Ti ho capito incontrando in quei mesi sindaci e amministratori, a ragionare sul sisma e su come uscirne. Non chiedevano come va, come stai, ma prima di tutto o solo: come sta Alberto? Sta meglio, combatte, è uno di voi, ha da sempre il coraggio che in quei mesi ci eravamo inventati come parola d’ordine. Eri un riferimento, non a tutti riesce. E infatti tenevi salde le fondamenta, prima di tutto del tuo lavoro: ne avevi una visione tanto idealizzata quanto eri capace di metterla in pratica, di renderla materia, di conoscenza e di crescita per la tua comunità. Partecipando, faticando a stare dentro i recinti.

E vederti giorni per giorno tornare a superarli, a svicolare dalla routine, voleva dire che stavi meglio, anche se non sapevamo a volte dov’eri. Vivevi, eri tu. Mentre sparivi per cercare ferro da battere caldo, voci da tornire in notizie e storie. A modo tuo, sempre. Che ridere ogni anno all’incontro iniziale di Voci dal b(r)anco, la tua creatura più tua, quando agli studenti venuti a cimentarsi con il giornalismo immancabilmente dicevi: “Vedete, ragazzi, la regola dice che quando si scrive per un giornale i fatti vanno sempre separati dalle opinioni, ve lo diranno tutti, però, insomma...: non è proprio così, ciò che si pensa bisogna metterlo, in un articolo”. La passione più forte del rigore, non certo quello morale, il senso di dare qualcosa di sé.

Perché il rigore è quello che tutti pensano diventi normalmente un gol e invece chi è stato portiere sa che deviarlo è un’impresa che resta nella memoria, dà emozione ed evita magari una sconfitta. Ne hai parati infiniti, giorno per giorno, controllo dopo controllo, con la geografia delle metastasi tenute a bada sulle cartelle cliniche che mostravi non come un trofeo, ma come le secche di un mare che ti guardavamo stupiti navigare, tu che eri pianura, afosa d’estate e nebbiosa l’autunno, che eri terra e quindi vita.

Senza lanciare sos, cercando di raccogliere i nostri, tutti presi dal lavoro, dai doveri, che per te erano piaceri, anche sbuffando, e terapia. Non abbiamo potuto aiutarti in nulla, se non trattandoti come avremmo sempre fatto. Come uno di noi, di una generosità sconfinata, di un’umanità capace di restituire tutto l’affetto di cui avevi come tutti bisogno, uno dei rompicoglioni più adorabili mai incontrati, l’ironia di uno sguardo che accettava un ordine fingendo disciplina nel momento stesso in cui già pensavi a come aggirarlo, a come fare comunque a modo: ma il tuo. E senza fingere il rispetto: quello era totale e sincero, anche quando eri in completo disaccordo. Vivaddio, differente: sempre.

Come il colore dei tuoi occhi quella mattina: ma tutto poteva essere a renderlo più limpido, tranne un velo di lacrime. Non era da te, tranne quando sapevi commuoverti come pochi altri. “Come non piangenti”, era il titolo di quel libro, di una poetessa che ha vissuto questo stesso tuo vivere. Chissà se lo hai mai aperto, ti sarà sembrato anche stupido, ma non avevo altro di meglio da darti. E so che i tuoi occhi sono aperti, nella luce che ci hai lasciato. Non piangenti, mentre noi invece oggi sì, a dirci l’inverno che siamo, senza neppure più la tua voce straordinaria. Ciao, Alberto. Perdona se abbiamo fatto poco o male.

E grazie, di tutto. —

L'IMPEGNO SULLA LEGALITA' E CON I RAGAZZI

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"Parlava ai ragazzi per contagiarli su legalità e futuro"

di Giovanni Tizian

Caro Alberto, ci siamo salutati l'ultima volta il 21 febbraio, quando ancora potevamo abbracciarci senza paura, quando i saluti affettuosi non erano vietati per decreto. Eravamo alla Tenda, per presentare il libro del collega della Gazzetta di Reggio, Tiziano Soresina.

Un libro sulla storia di Aemilia, il maxiprocesso alla 'ndrangheta emiliana. Quella mafia che abbiamo raccontato su questo giornale nelle sue mille sfaccettature, spesso invisibili a occhio nudo. Lo hai fatto con Francesco Dondi, seguendo tutte le piste che indicavano quanto fosse diventata forte la presenza mafiosa su questo territorio. Insieme siete stati un punto di riferimento da quando ho lasciato Modena per trasferirmi a Roma. Ricordo quando scoppiò il caso Serramazzoni, l'inchiesta che fin dall'inizio hai seguito e sulla quale hai dato tutto.

Quanti pomeriggi spesi a incrociare dati, nomi, storie criminali che riconducevano, alla fine, sempre al circolo mafioso. Ricordo quando senza troppi commenti superflui mi comunicasti di avere i documenti investigativi che aspettavamo. Le informative dei carabinieri che confermano i sospetti e gli indizi che avevamo in mano. Anche durante la malattia hai dimostrato una determinazione fuori dal comune.

L'ultima volta alla Tenda di Modena abbiamo condiviso le nostre comuni preoccupazioni per un tessuto politico, sociale ed economico che continua a fingere che le mafie non siano una questione che li riguarda. Abbiamo riflettuto, quell'ultima volta, sulla necessità di non abbassare la guardia, soprattutto per la magistratura, perché il pericolo che si ritorni indietro di anni nella lotta ai clan mafiosi è reale. Il peso che ti portavi dentro lo hai affrontato da guerriero. Non solo hai continuato a raccontare, ad andare ai processi, ma hai fatto una cosa ancora più importante: parlare ai ragazzi nelle scuole

. Sì, gli studenti. Loro erano il tuo obiettivo, la platea da contagiare con principi etici resistenti alla corruzione dilagante del nostro tempo. Ai ragazzi non nascondevi la tua malattia. Ne parlavi, ma senza tuttavia esibire il dolore. Sono certo che quando cresceranno saranno più ricchi anche grazie a te, a quelle ore che hai dedicato al bene comune, senza alcun ritorno in termini di immagine ma solo per la soddisfazione di contribuire a migliorare questa nostra casa comune qual è il mondo. Sei stato un combattente, di quelli puri. Hai vissuto il terremoto nel suo epicentro, ti sei risollevato anche da quelle macerie nonostante i danni e le conseguenze di quelle scosse. Te ne sei andato per sempre.

Ci lasci un vuoto dentro. Ma ci hai insegnato che le ingiustizie non si contrastano con la tristezza, col piagnisteo, al contrario. Ci hai mostrato piuttosto come le ingiustizie vadano affrontate con il sorriso, con coraggio, con determinazione. Comunque sia l'esito della battaglia. Non sarà facile trattenere le lacrime, ma sorrideremo, perché questo è il miglior modo di portarti sempre con noi, nei nostri viaggi, nelle nostre inchieste. —

LO SPORT

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Calcio, podismo e il suo S. Felice le grandi passioni

di Stefano Turcato

Per Alberto credo di potere trasgredire le regole giornalistiche e quindi parlare in prima persona.
Con Alberto condividevo soprattutto tre passioni sincere che avevamo in comune: quella per il giornalismo, quella per lo sport e il calcio su tutti, quella per l’ironia e in particolare l’autoironia, che era un carattere distintivo di Alberto. A un punto tale da avere la capacità e la voglia di scherzare su qualsiasi argomento, a un punto tale da correre molto spesso il rischio di essere frainteso e d’altra parte l’ironia non è patrimonio di tutti, ancora meno l’autoironia. A un punto tale da riuscire a scherzare persino sulla sua malattia, cosa che è riuscito a fare fino a non molto tempo fa.

Quel mezzo sorriso che si intravedeva sulle labbra ogni volta che scherzava è l’immagine con cui lo vorrò sempre ricordare.
La passione per il giornalismo, per la cronaca anche minuta, per l’inchiesta, per la ricerca puntigliosa delle magagne, degli errori, delle contraddizioni, debolezze e ipocrisie del mondo che ci circonda è patrimonio che Alberto ha donato alla Gazzetta.


Alberto era soprattutto uno sportivo, calcio e podismo le discipline praticate. Da calciatore era stato un buon portiere, aveva giocato nel Finale, nel San Felice, nella Botti di cui io stesso ero dirigente e in tante altre società dilettantistiche modenesi. Uno sportivo che aveva un legame indissolubile con il suo territorio, con il suo paese, San Felice, e alla società giallorossa ha dedicato tanti anni sia come dirigente sia come tecnico preparatore dei giovani portieri. Ammirando il suo rapporto con i giovani calciatori, ma anche con gli studenti che venivano alla Gazzetta per apprendere i rudimenti del giornalismo, lo prendevo spesso in giro definendolo un insegnante mancato.

La sua ironia ammaliava i ragazzi, che alle lezioni si divertivano sistematicamente. Da decenni la mia seconda attività è quella di dirigente sportivo e devo ad Alberto se a San Felice ho trascorso cinque anni stupendi come dirigente della società giallorossa. Con Alberto e l’allenatore Pellacani ho condiviso i giorni terribili dopo il sisma del 2012: in tre siamo riusciti a trovare risorse e persone capaci di mantenere in vita il calcio sanfeliciano dopo che gli altri dirigenti locali, colpiti dal terremoto, si erano arresi.

La sua capacità di non mollare mai ci ha trascinati in quell’impresa ed è stato avvilente, nei mesi appena lasciati alle spalle, vedere che Alberto quest’anno era stato indotto a dimettersi da quel San Felice che continuava ad amare anche dopo essere stato tradito.
La sua voglia di non arrendersi è stata ammirevole anche negli otto anni in cui ha lottato con la malattia cercando di sottrarsi al destino.

Quando il fisico ancora lo consentiva, nonostante fosse già minato, ha trovato la spinta per correre la Maratona di Padova di passo veloce e arrivare al traguardo: la tempra dello sportivo autentico. E ora sto cercando di immaginarmi con che parole Alberto mi prenderebbe in giro per queste cose che sto scrivendo.—

I RICORDI E GLI OMAGGI

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«Obbligava ad essere migliore Era una pianta preziosa»

di Antonio Mascolo

«Era una specie di figlio, e questo rende tutto più assurdo. Se ne è andato nel mezzo del cammino. Testardo, ruvido, a volte irritante, orgoglioso, poco disposto ai compromessi. E brontolava, brontolava, difendeva con candida sfacciataggine le sue idee. Ma era un bounty news, un cacciatore di notizie eccezionale. Aveva insita la indispensabile solitudine di questo mestiere. Andava dritto per la sua strada ed erano sfracelli. L’ho assunto, l’ho curato come una pianta preziosa, cercando di dargli riparo quando il vento del potere diventava tempesta. Ha ripagato con moneta preziosa, le notizie che gli altri non trovavano. L’inferno nella Bassa, i bambini allontanati dalla famiglie. Dio, quante cose ha scovato. Nella sua rabbia era tenero, limpido. Ti obbligava ad essere migliore. Pensate, in più correva anche e forte, aveva orizzonti infiniti. È morto un giornalista con la schiena dritta».

«Non si accontentava mai» «Stava sempre con i più deboli»  

Michele Goldoni, sindaco di San Felice, è stato grande amico di Alberto. «Era un uomo libero - scrive in un commosso ricordo - Un giornalista che “non si accontentava”, ma che voleva conoscere e capire. Gli piaceva scavare, approfondire. E una volta convinto, scriveva. Senza guardare in faccia nessuno, senza mai venire a compromessi con la sua coscienza di cronista: il cui unico obiettivo era quello di informare. È anche grazie al suo grande lavoro e soprattutto al suo coraggio che il deposito gas di Rivara non è stato realizzato. Ma Alberto era anche un esponente di spicco del mondo sportivo. Non a caso oggi ci sono arrivate tantissime attestazioni di cordoglio dalle società sportive cittadine. Era anche un amico che ha combattuto, fino all’ultimo, la sua battaglia silenziosa contro il male, senza farlo pesare e mai servendosene come scudo. Qualcuno ha scritto, ricordandolo, che da oggi siamo tutti un po’ più soli. Per me è sicuramente così. E voglio esprimere ai familiari, alla mamma Gabriella, alla moglie Alessandra, al fratello Angelo, il mio cordoglio personale, quello dell’Amministrazione comunale e della nostra intera comunità».

Cordoglio arrivato anche dagli amici del Comitato Ambiente, di cui era stato socio fondatore. Tanti i messaggi anche dalle vittime dell’inchiesta sui diavoli della Bassa.

«Oggi possiamo dire a chi ha conosciuto il dottor Setti: rimarranno i suoi articoli, la sua vicinanza fraterna, in oltre vent'anni di attività giornalistica», scrivono Lorena e Stefano Covezzi anche a nome di Delfino. «Una grande persona che ha sempre portato avanti le sue battaglie con professionalità per i diritti di tutti, sapendo di combattere anche la sfida più importante con la malattia», aggiungono Lina Marchetti e i figli Giuseppe, Emidio, Giuliano e Cristina Morselli.

«Un amico e giornalista, che ha sempre scritto la verità e avuto una parola di conforto anche quando poco prima di entrare in carcere mi intervistava. Una persona sensibile dalla parte dei più deboli», conclude Federico Scotta. «Ti porteremo sempre nel cuore - terminano gli avvocati e gli amici di Veleno - sei stato per tutti un esempio di determinazione e coraggio, cercavi la verità dei fatti senza alcuna paura di essere solo e contro corrente e senza alcun timore delle conseguenze».

Muzzarelli, sindaco di Modena: «Ha aiutato i giovani studenti a diventare cittadini preparati»

«Per anni ha affrontato con coraggio la sofferenza e non appena poteva ha sempre ripreso il lavoro che amava. Era un autentico cronista, particolarmente attento alla lotta contro le infiltrazioni mafiose nel territorio a cui era legatissimo, ma anche capace di rapportarsi con sensibilità ai giovani nell'insegnamento del suo mestiere. Ha collaborato con il Comune nel far nascere e sviluppare Voci Dal Branco che ha permesso di avvicinare tanti ragazzi al giornalismo attraverso la pratica diretta, così da formare giovani cittadini più consapevoli e preparati».

Alberto Greco, sindaco di  Mirandola «Conosceva bene la Bassa Tenace cercatore di notizie»

L’amministrazione di Mirandola ricorda così Alberto: «Resta vivo in noi, come in tanti cittadini il ricordo di un professionista serio e meticoloso. Oltre a quello di profondo conoscitore del territorio mirandolese, dato il suo occuparsi prevalentemente della cronaca della Bassa modenese. Attento, disponibile e molto conosciuto per il suo lavoro e per la tenacia nel ricercare la notizia, è nostro desiderio ricordarlo anche per questa forza e capacità, divenuti negli anni il suo stile di vita. Alla famiglia le nostre sentite condoglianze». 

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Tiziano Soresina «Quella presentazione il tuo ultimo regalo a tutti noi»

«Te ne sei andato all’improvviso. Come quando cercavi, per telefono o in udienza, conferma sulla chiave di lettura del fatto che stavamo affrontando. Fatti spinosi, cupi, di ’ndrangheta. Perché da colleghi siamo poi diventati amici proprio entrando a piedi pari sul radicamento mafioso. Vicende vissute sulla nostra pelle. Ci eravamo confidati i non facili rapporti con chi “popola” questo mondo fatto di mezze frasi minacciose, sguardi taglienti. Un sostegno reciproco per non mollare. Ho sempre apprezzato il tuo modo, anche scherzoso, di guardare avanti. Troppe cose ci univano per non chiederti una mano nel presentare a Modena il mio libro su Aemilia. Sapevo che entravi e uscivi dall’ospedale. Con quell’invito ho voluto esserti vicino, dandoti la carica. Eri stato bravissimo: ficcante, documentato, provocatorio. Ora lo so, è stato il tuo ultimo regalo a chi ha creduto in te»

Ferraresi, sottosegretario alla Giustizia «Prima studiava poi scriveva Ha sempre avuto coraggio»

«Alberto era uno di quei giornalisti con la schiena dritta, che non si limitava a riportare, ma che andava a studiarsi le cose, a chiedersi il perché, a scrivere con coraggio articoli di denuncia. Non aveva paura di mettersi contro qualcuno, anche se abitava vicino a lui. Esempi rari di giornalismo oggi giorno, ancora più rari se riferiti a contesti strettamente locali, ed in zone dove si ha paura di dire che qualcosa non va, perché va sempre “tutto bene”. Ho apprezzato i suoi articoli, le sue denunce, e collaborato con lui sulla materia ambientale e giudiziaria».

Comitato Autostrada Cispadana «Ambiva ad un mondo migliore Solo uniti si vincono le sfide»

Ci conoscevamo da almeno dieci anni, da quando anche Alberto ha contribuito a fare nascere il “Coordinamento Cispadano NO autostrada”, convinto che solo l’unire gli sforzi e le capacità proprie di ognuno poteva dare speranza alla lotta intrapresa. E Alberto, proprio per la sua professione di giornalista libero e acculturato, ha dato un apporto fondamentale non solo per la diffusione della posizione e delle motivazioni del Coordinamento, ma anche e soprattutto per il modo di diffonderle. L’attenzione ad un giudizio sempre “alto” e con motivazioni oggettive, la capacità di vedere le criticità del territorio a cui era profondamente legato all’interno di una visione più ampia delle tematiche ambientali e trasportistiche. Mai retorico. Non era solo un giornalista ma un sincero amico, e già questo mi ripaga ampiamente di ogni fatica e delusione che immancabilmente si prova»

Rossi, segretario Lapam: «Amico e professionista Ci ha insegnato la solidarietà»

«Ho un ricordo molto caro di Alberto, non solo come giornalista ma come compaesano e amico. La sua scomparsa è una brutta notizie in un momento in cui, purtroppo, si fatica a trovarne di buone. Ma Alberto aveva il senso delle notizie e sapeva raccontarle. Ci mancherà molto. Ricordo la staffetta Terremoto Emilia di cui era instancabile promotore. Ci aveva coinvolto e avevamo aderito con convinzione. Quell’impegno, a tenere vivo il ricordo del sisma e la solidarietà, è frutto di un tratto distintivo del carattere di Alberto, frutto che continuerà a crescere».

Aimi, Platis e Lugli «Esempio di indipendenza» «Dava gli spunti per riflettere»

«Grazie alle sue inchieste giornalistiche - ne ricordiamo, quella sull’eccidio della Corriera Fantasma a San Possidonio, la vicenda dei diavoli della Bassa e il maxi processo Aemilia - ha contribuito in modo significativo a far emergere fatti e verità scomode - scrivono Enrico Aimi e Antono Platis (Fi) Con il suo stile sempre tagliente ed il suo carattere da mastino è rimasto con la penna sempre in mano anche quando la malattia stava prendendo il sopravvento. Esempio di rara dedizione e di indipendenza».
«Era un giornalista libero, uno di quelli che si sporcava le mani e faceva le inchieste - scrive Stefano Lugli (Rifondazione). La sua penna ha raccontato tante storie della Bassa. I suoi non erano solo articoli, erano racconti che ti offrivano riflessioni e diverse chiavi di lettura. Perdo una persona di cui avevo una grande stima». —

 

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