La passione più forte del rigore per fare sempre qualcosa in più
l’ex direttore
Enrico Grazioli
“Come vuoi che racconti dei mesi/ di quello straordinario inverno/ di gemme anche quassù, e sole/ fra i rami nel dicembre, quando il manto/
di neve ero io, la corteccia glabra/ lo scricchiolio del gelo nelle ossa./ Per quale voce straordinaria dirti l’inverno,/ quando l’inverno ero io?”
C’erano anche questi versi in quel libro che, non avendo parole mie, ti lasciai in mano, Alberto, la mattina che entrasti, e non lo facevi mai, a dirmi qualcosa. Che non andava, no, proprio non andava. Ti avevano dato sei mesi, non un giorno di più. E lo raccontavi come una notizia, ancora da verificare. Una condanna, ma si erano dimenticati la condizionale. La variabile della tua volontà, della tua forza, della tua umiltà travestita da ribalderia, dall’esuberanza con cui a fatica stavi dentro le gabbie dell’apparente normalità. Appunto: li hai smentiti, non ti sei fidato né arreso all’evidenza. Come ti piaceva fare di fronte alle notizie poco credibili, oppure ufficiali o semplicemente banali. Bisognava andare oltre, o almeno provarci. Avevi gli occhi più chiari del solito quella mattina e pensare che i tuoi hanno sempre brillato, anche per contrasto con il grigio che ci circondava. Non so cosa fosse, ma era una luce di fine settembre, mese di impressioni. Poi venne l’inverno, straordinario, e una primavera inattesa. La cura cercata e rischiata, come si rischia per cercare la verità, la speranza. Di ricostruire, la tua vita come la tua casa, la tua Bassa ferita dal terremoto, la tua vera casa. Ti ho capito incontrando in quei mesi sindaci e amministratori, a ragionare sul sisma e su come uscirne. Non chiedevano come va, come stai, ma prima di tutto o solo: come sta Alberto? Sta meglio, combatte, è uno di voi, ha da sempre il coraggio che in quei mesi ci eravamo inventati come parola d’ordine. Eri un riferimento, non a tutti riesce. E infatti tenevi salde le fondamenta, prima di tutto del tuo lavoro: ne avevi una visione tanto idealizzata quanto eri capace di metterla in pratica, di renderla materia, di conoscenza e di crescita per la tua comunità. Partecipando, faticando a stare dentro i recinti. E vederti giorni per giorno tornare a superarli, a svicolare dalla routine, voleva dire che stavi meglio, anche se non sapevamo a volte dov’eri. Vivevi, eri tu. Mentre sparivi per cercare ferro da battere caldo, voci da tornire in notizie e storie. A modo tuo, sempre. Che ridere ogni anno all’incontro iniziale di Voci dal b(r)anco, la tua creatura più tua, quando agli studenti venuti a cimentarsi con il giornalismo immancabilmente dicevi: “Vedete, ragazzi, la regola dice che quando si scrive per un giornale i fatti vanno sempre separati dalle opinioni, ve lo diranno tutti, però, insomma...: non è proprio così, ciò che si pensa bisogna metterlo, in un articolo”. La passione più forte del rigore, non certo quello morale, il senso di dare qualcosa di sé. Perché il rigore è quello che tutti pensano diventi normalmente un gol e invece chi è stato portiere sa che deviarlo è un’impresa che resta nella memoria, dà emozione ed evita magari una sconfitta. Ne hai parati infiniti, giorno per giorno, controllo dopo controllo, con la geografia delle metastasi tenute a bada sulle cartelle cliniche che mostravi non come un trofeo, ma come le secche di un mare che ti guardavamo stupiti navigare, tu che eri pianura, afosa d’estate e nebbiosa l’autunno, che eri terra e quindi vita. Senza lanciare sos, cercando di raccogliere i nostri, tutti presi dal lavoro, dai doveri, che per te erano piaceri, anche sbuffando, e terapia. Non abbiamo potuto aiutarti in nulla, se non trattandoti come avremmo sempre fatto. Come uno di noi, di una generosità sconfinata, di un’umanità capace di restituire tutto l’affetto di cui avevi come tutti bisogno, uno dei rompicoglioni più adorabili mai incontrati, l’ironia di uno sguardo che accettava un ordine fingendo disciplina nel momento stesso in cui già pensavi a come aggirarlo, a come fare comunque a modo: ma il tuo. E senza fingere il rispetto: quello era totale e sincero, anche quando eri in completo disaccordo. Vivaddio, differente: sempre. Come il colore dei tuoi occhi quella mattina: ma tutto poteva essere a renderlo più limpido, tranne un velo di lacrime. Non era da te, tranne quando sapevi commuoverti come pochi altri. “Come non piangenti”, era il titolo di quel libro, di una poetessa che ha vissuto questo stesso tuo vivere. Chissà se lo hai mai aperto, ti sarà sembrato anche stupido, ma non avevo altro di meglio da darti. E so che i tuoi occhi sono aperti, nella luce che ci hai lasciato. Non piangenti, mentre noi invece oggi sì, a dirci l’inverno che siamo, senza neppure più la tua voce straordinaria. Ciao, Alberto. Perdona se abbiamo fatto poco o male. E grazie, di tutto. —
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