«Gli negano i domiciliari» Interviene la Corte Europea
Modenese in cella senza precauzioni antivirus, il giudice respinge gli arresti a casa Gli avvocati reclamano a Strasburgo: in 24 ore richiesta di chiarimenti a Roma
È il primo caso in Italia di un detenuto che secondo il suo avvocato viene sottoposto a trattamenti degradanti, perché anche se ne ha diritto non può ottenere i domiciliari per la norma “Cura Italia” e sul quale in meno di 24 ore la Corte Europea a Strasburgo è intervenuta chiedendo ufficialmente al nostro governo di dare spiegazioni. Al centro del caso legale internazionale c’è un carcerato di Castelfranco. Il 6 aprile gli avvocati Roberto Ghini di Modena e Pina Di Credico di Reggio, difensori di fiducia di B.M. 30enne recluso nella casa circondariale di Vicenza, hanno infatti presentato alla Corte Europea dei Diritti Dell’Uomo (Cedu) di Strasburgo una richiesta di “adozione di una misura provvisoria urgente” (tecnicamente definita Procedura 39). La richiesta è diventata necessaria dopo il rifiuto del Magistrato di Sorveglianza di Verona di assegnarlo ai domiciliari come gli avvocati avevano chiesto dopo l’introduzione della “detenzione domiciliare di emergenza” nel decreto “Cura Italia”. Il carcerato modenese aveva i requisiti, dato che deve scontare 15 mesi, una pena sotto i 18 mesi previsti da “Cura Italia”. Nel ricorso venivano descritte le sue condizioni di vita nel carcere di Vicenza: recluso in una cella di 7-8 mq con un altro detenuto per 20 ore al giorno; 4 ore all’aria aperta in un cortile di 200 metri quadrati da condividere con altri 50 detenuti.
Quanto alle precauzione contro il coronavirus – lo scopo del provvedimento del Governo Conte nel “Cura Italia” per i detenuti - la Corte Europea è stata informata di come non fosse possibile rispettare le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità in favore del distanziamento sociale contro il Covid-19 e dei presidi di protezione individuale (assolutamente preclusi ai detenuti). La Corte è stata informata di come il detenuto sia obbligato addirittura ad acquistare il disinfettante per sanificare la propria cella.
Il provvedimento di rigetto della richiesta di detenzione domiciliare del giudice di Verona, intanto, è stato impugnato davanti al Tribunale di Sorveglianza di Venezia. Anche di questo ricorso è stata informata la Corte Europea con la precisazione che non c’è alcuna certezza circa il termine per la fissazione dell’udienza e per la decisione (e questo secondo i due avvocati costituisce un ulteriore pregiudizio per il detenuto). Il provvedimento del magistrato di sorveglianza è stato criticato duramente: il rigetto è stato motivato da ragioni che riguardano la personalità del detenuto quando questa valutazione non è richiesta dalle nuove norme “emergenziali”. Nel ricorso alla Corte Europea i legali hanno segnalato la violazione per “trattamenti inumani e degradanti”, l’articolo 3, chiedendo una misura urgente e provvisoria: che il detenuto B.M. sia posto in detenzione domiciliare (anche senza “braccialetto elettronico”).
Immediatamente il giorno dopo, il 7 aprile, con tempi di giustizia sconosciuti in Italia, la Cedu ha chiesto al Governo Italiano informazioni e chiarimenti. La risposta deve essere fornita a Strasburgo entro le 1 del 14 aprile. In particolare la Corte ha sollecitato il Governo a riferire circa le misure preventive specifiche adottate per proteggere «il richiedente e gli altri» per ridurre il pericolo di contagio all’interno del carcere. Ha anche chiesto di conoscere il tempo utilizzato in media dal Tribunale di Sorveglianza di Venezia per decidere su reclami simili a quello presentato nell’interesse del detenuto. Ha infine chiesto se il magistrato di Verona, nella sua decisione, ha preso in considerazione l’eccezionale crisi sanitaria in corso causa coronavirus. Le risposte dello Stato italiano saranno rese note ai difensori del detenuto. —
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