L’addio ad Alberto, gli amici Elvino e Loris «Correvamo ogni giorno, era speciale»
Il collega e amico Franco Fregni: «Aveva un immenso spirito critico, quella volta che diede della buffona alla prof»
SAN FELICE
Sarà un funerale intimo, per pochi come avrebbe forse voluto lui. Niente cerimonie stamattina per Alberto Setti, quasi a voler ripercorrere quella sobrietà che lo ha contraddistinto in vita. Perché se fuori era gioioso, travolgente, immediatamente empatico e capace di mettere a proprio agio l’interlocutore di turno, era altrettanto geloso della sua privacy, a cui potevano accedere solo pochi, storici amici. Tra loro ci sono i gemelli Loris e Elvino Gennari, fuoriclasse del podismo. Erano i suoi scudieri, quasi angeli custodi. Ogni mattina lo raggiungevano a casa e insieme andavano a correre. «E anche quando non era più in grado di farlo per colpa della malattia - ricorda Elvino - camminavamo al suo fianco. Quanti ricordi... Quando giocava in porta a Finale ero il suo allenatore e gli dicevo “io un portiere così scarso non l’ho mai allenato”. Era una persona speciale, un generoso, un amico magnifico».
«Ho avuto la fortuna di lavorare con Alberto quando eravamo colleghi alla Gazzetta di Modena - scrive Sergio Gimelli della Fondazione Modena - Un bravo giornalista, un “operaio” dell’informazione, come si definiva con modestia. Ma soprattutto una bella persona, un ragazzo generoso, capace, che amava il suo mestiere. Caparbio, non mollava mai, lo ha dimostrato nel lavoro e nella battaglia con la malattia. Ho il grande rammarico di non poterlo salutare per l’ultima volta, come si farebbe in tempi normali. Ma conserverò il suo ricordo».
Chi ne delinea il carattere è invece il giornalista Franco Fregni, suo compagno di classe al liceo Morandi di Finale. «Alberto aveva un bellissimo, dolcissimo sorriso. Assieme a lui ho condiviso gli anni del liceo e del pallone, gli anni più belli e autentici - scrive - Al liceo, in una classe di genietti egocentrici e ribelli, il sottoscritto era costretto dai prof., in quanto elemento sommamente pericoloso, a stare nel primo banco della prima fila. Alberto, studente formidabile, godeva del privilegio dell’ultima fila, ultimo banco. Mi giravo, dopo l’ennesima battuta, ed incrociavo il suo sorriso, accompagnato da movimenti della testa che esprimevano un bonario rimprovero e tanta complicità. Sul campo di calcio il sottoscritto, scarso terzino sinistro, annaspava tra goffi interventi difensivi e inconcludenti sortite in attacco. Alberto, bravissimo portiere, era il baluardo.
Il tempo e le vicende della vita, che ci portano altrove seguendo insondabili fili del destino, ci hanno separato, pur facendo lo stesso mestiere. Nella mia testa, quando arrivano notizie dei suoi problemi di salute e della sua coraggiosa battaglia, si riaffacciava sempre quel sorriso. Mi diceva che ero matto. Ma ero sicuro che Alberto lo fosse più di me. La conferma arrivò una mattina, diventata epica per quella classe. Una giovanissima professoressa di matematica, alla sua prima esperienza, fu gettata in quella gabbia di leoni, saputelli e indisciplinati, con la testa piena di sogni, di libri e di musica. La povera prof iniziò a svolgere un esercizio alla lavagna e sfortunatamente lo sbagliò. Molti di noi non l’avevano capito. Dall’ultima fila si levò calma la voce di Alberto: “Prof, è sbagliato, lei è una buffona”. La classe esplose, naturalmente aveva ragione lui. La prof, che poi diventò bravissima, ebbe un attimo di sconforto, chiese scusa e lo rifece. Anche Alberto le chiese scusa. Penso spesso a quella mattina: Alberto aveva messo in pratica, e avrebbe continuato a farlo, quello che il liceo ci insegnava: senso critico, pensare con la propria testa dopo aver imparato dai maestri, non aver paura delle proprie opinioni se sono fondate, anche quando la consuetudine, il quieto vivere, il pensiero dominante vorrebbero il silenzio, l’accondiscendenza. Lo immagino adesso riprendere qualcuno che, in un qualche Paradiso, possa avergli involontariamente indicato una strada sbagliata». —
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