Emilia Romagna, «Nelle nostre aziende solo lo 0,23% di contagi Si poteva riaprire il 20»
Caiumi, presidente Confindustria Emilia: «Su 52mila dipendenti verificati abbiamo riscontrato 123 casi: ora ci vuole più coraggio e si deve ripartire»
MODENA. Nelle aziende di Confindustria Emilia Area Centro solo lo 0,23% dei collaboratori è stato contagiato dal Coronavirus. Lo dice un questionario sottoposto dall’associazione nei giorni scorsi a tutte le 3311 imprese associate, e a cui hanno risposto 851 di esse. Si tratta di 123 persone sulle oltre 52mila impiegate da queste imprese al 31 marzo scorso. Sono 538 invece le persone per le quali si è attivata la quarantena per casi sospetti. Le aziende in base a questa indagine dunque non sembrerebbero aree di contagio, o non più di altri luoghi.
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Valter Caiumi, presidente di Confindustria Area Centro (che comprende Modena, Bologna e Ferrara, seconda realtà territoriale italiana per l’associazione) ha presentato ieri alla stampa in videoconferenza questo ed altri dati.
«Il 98 per cento delle aziende che hanno risposto al questionario ha adottato le misure previste dal protocollo del 14 marzo scorso – spiega Caiumi – e un terzo di esse ha adottato lo smart work per almeno la metà dei dipendenti. Il 69% ha chiesto la cassa Integrazione guadagni Covid: tra turnazioni e chiusure al 31 marzo dei circa 52mila addetti di queste imprese ne operavano solo 5mila». Secondo il 94% degli imprenditori si andrà ad un calo nel fatturato 2020, una riduzione del giro d’affari quantificabile in 14-18 miliardi in totale.
«Con la mia ditta su 1700 dipendenti al 31 marzo ho avuto in tutto 2 casi di contagio, uno in Francia e uno in Italia, persone che hanno contratto il Coronavirus l’uno in ospedale e l’altro in clinica. Il nostro obiettivo è sempre stato quello della tutela della salute e della sicurezza del lavoro – afferma Caiumi – ma più tardi si ripartirà con l’attività più si spegnerà la forza della ripresa e la domanda. Secondo me si sarebbe dovuto dare l’ok per riaprire già il 20 aprile, magari al 2,3,5% dell’attività. E dando ad alcune imprese campione la possibilità di accelerare leggermente di più per consentirci di accumulare dati sul contagio. Più passano le settimane comunque e più non facciamo un piano ragionato peggio sarà; saremo costretti ad agire d’impulso, senza pensare. Certo, nessuno adesso pensa di ripartire al 100% anche perché la domanda è scesa rapidamente, ma la concorrenza estera - conclude - se ne sta approfittando».
Al Governo Confindustria Emilia Area Centro chiede per bocca del suo presidente di non distinguere tra i settori, una volta deciso di riavviare le attività delle imprese, e di fare qualcosa per la moda. La nostra Regione può invece fare di più per venire incontro alle esigenze dell’industria? «Il Presidente Bonaccini ha lavorato bene, in modo chiaro, coraggioso, preventivo. Certo, lo si sente poco perché è anche Presidente della Conferenza Stato-Regioni e dunque ha un certo ruolo. Zaia ad esempio - dice Caiumi - non è giustificato quando chiede riaperture in totale autonomia. In Lombardia c’è invece il problema mezzi pubblici; non può essere questo il discrimine per aprire o chiudere le attività. Potremmo risolverlo lasciando venire in fabbrica solo chi si sposta con i mezzi propri».
Il tema vero, chiude, è che le Regioni devono fare un lavoro comune per spingere Conte a prendere decisioni. «La forma passiva uccide, cominciamo a governare questo fenomeno. Questo sconvolgimento del mondo economico porterà licenziamenti e cassa integrazione, certi settori ci metteranno mesi o anni per riprendersi, le piccole e medie imprese non potranno più pensare all’export. Come Confindustria ci offriamo di collaborare per un ‘rethinking’, un ripensamento. E va bene non dare liquidità a fondo perduto ma è un’illusione pensare che la si possa restituire in 6-8 anni; valutiamo almeno in 15 anni - conclude - questo periodo». —
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