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Miracolo a Monzone Un anno dopo la Savorella è rinata

Daniele Montanari
Miracolo a Monzone Un anno dopo la Savorella è rinata

Un rogo distrusse l’allevamento. Morirono 355 mucche Il coraggio di Romani ha realizzato un’azienda modello

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PAVULLO Un anno dopo l'inferno, un'azienda ricostruita, ripartita con la stessa produzione di qualità e perfino aumentata del 30%. “Miracolo a Monzone” verrebbe da dire, a vedere cos'è adesso la stalla e il complesso della società agricola Savorella che il 27 aprile 2019 fu devastata dal più grave incendio che si ricordi in queste zone, scoppiato all'improvviso a mezzogiorno (è stata aperta un'inchiesta).

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Vi morirono 355 mucche, tra quelle che, terrorizzate, non vollero uscire dalla stalla, quelle abbattute di fronte alla gravità delle ferite e quelle che non ce la fecero nei giorni successivi. Uno scenario così drammatico da colpire profondamente anche i soccorritori: forze dell'ordine, veterinari e colleghi allevatori che si mobilitarono con le botti per dare una mano. Si salvarono alla fine solo 20 vitelline: in fumo quella che era una stalla modello, seminuova, inaugurata il 25 ottobre 2015.

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Ce n'era abbastanza per lasciarsi andare alla disperazione. E invece no: il titolare Sisto Romani ha trovato la forza di reagire e pezzo su pezzo ha rimesso insieme tutto come prima. Anzi, meglio: la produzione che era di 25mila quintali di latte all'anno è stata portata a 32mila in prospettiva, grazie a un'ottimizzazione degli spazi (area fienile rimodulata ad allevamento) e dell'impiantistica (sala mungitura e stanza frigo hi-tech). Ma soprattutto grazie alla sua capacità di riunire in pochissimo tempo un parco di 400 capi: «Un centinaio di frisone prese a Lodi e 300 selezionate dalla Germania – spiega - con alte caratteristiche genetiche e la giusta tempistica di gravidanza per rispettare i quattro mesi necessari da disciplinare Dop per la produzione di latte locale destinato al Parmigiano». Adesso i capi (entrati il 28 settembre) sono quasi 500, di cui 270-280 a mungitura giornaliera. Custoditi in una stalla completamente rifatta che per dimensioni e caratteristiche è già un'eccellenza dell'Appennino. L'azienda può dirsi ricostruita al 90%: rimane il fienile da fare, per i rallentamenti legati all'emergenza Covid, «ma in 3-4 mesi normali dovremmo finire tutto» sottolinea Sisto.

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Ieri era lì in azienda, in un anniversario del 27 aprile vissuto tra il ritorno nella mente di quelle immagini devastanti e lo sguardo su un oggi che non ha più alcuna traccia di quel passato. Con lui i figli Francesco ed Emanuele, 20 e 22 anni, entrambi studenti di Economia, che assieme alla sorella Matilde (ora negli Usa per studio) hanno fattivamente collaborato alla ripresa aziendale. Poi Carlo Sassatelli, collaboratore di lunga data, e l'indiano Amarjit Singh, responsabile dell'allevamento. «È stato un investimento da 1,9 milioni: soldi miei e ottenuti dalle banche a rimborso – nota Sisto - dall'assicurazione per ora ho avuto solo un acconto. Cosa me l'ha fatto fare? Il pensiero che non poteva finire così, e la volontà di fare qualcosa per i miei figli e i dipendenti: nessuno è stato licenziato dei 30 del gruppo, anzi ne sono stati assunti tre. Quando hai questo pensiero davanti, rimani positivo nonostante tutto: ho lottato dal primo istante per ripartire, è diventata la mia sfida. Ringrazio chi mi ha mostrato solidarietà, chi ha lavorato qui in tempi celeri, tutti i collaboratori e ringrazio Dio che mi ha lasciato la lucidità per vedere la luce in fondo al tunnel. Un anno fa non sapevo che sarei arrivato già a questo punto, no. Ma sapevo che sarei ripartito». —
 

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