Unimore, ricerca innovativa sulla proteina “migrante”
Una equipe guidata dal professor Pinti studia le centrali energetiche del corpo Scoperti spostamenti che possono dare nuove risposte alla lotta contro i tumori
Una proteina “migrante”. La lotta ai tumori. Un legame tutto da descrivere, in cui «con una risposta si generano tante domande». La squadra di Marcello Pinti, docente Unimore, sta studiando le centrali energetiche del corpo umano: i mitocondri. Al centro della ricerca una proteina chiamata Lon o Lonp1. Una proteina riparatrice, che svolge ordinari compiti di pronto intervento. Quando il mitocondrio s’inceppa, Lon interviene con la cassetta degli attrezzi e ripara la struttura. Il processo di riparazione prende il nome di mitofagia. «La cellula auto-mangia i mitocondri danneggiati», spiega il docente Unimore. Il meccanismo però entra in crisi quando le cellule sono attaccate da forme tumorali. Perché? La risposta è ancora da definire. Potrebbe non essere univoca. Dall’osservazione, la squadra diretta da Pinti ha però scoperto qualcosa di «mai osservato prima»: una migrazione. «In alcune condizioni la proteina finisce nel nucleo delle cellule - aggiunge Pinti - dove serve per rispondere a condizioni di stress cellulare». Tale stress è legato a condizioni che potrebbero danneggiare le cellule stesse, come «temperature più elevate del normale».
A quel punto, la riparazione potrebbe proseguire all’interno della cellula. Come? Potrebbe valere anche nel caso dei tumori? Se sì, come sarebbe possibile intervenire? Domande su cui sta indagando la squadra diretta da Pinti. «Sospettiamo che regoli la funzione di altri geni - prosegue il ricercatore modenese - ma restano tante domande. Non sappiamo in che modo interviene. Quali geni regoli. Quanto influisca. Con una risposta (la migrazione), abbiamo trovato tante domande».
Domande su cui proseguirà il lavoro della ricerca perché «resta tantissimo lavoro da fare, abbiamo tantissime possibilità e strade dove andare». Come una centrale energetica dell’organismo danneggiata, così l’attività di ricerca ha conosciuto in questi mesi un rallentamento. «Abbiamo attraversato in questi due mesi abbastanza difficoltà», garantisce Pinti. Sia l’ateneo di Modena e Reggio sia i singoli dipartimenti hanno definito linee guida per la sicurezza.
«Per ragioni di sicurezza è stato scelto di non dare accesso ai laboratori - chiarisce il ricercatore - se non a figure strettamente necessarie per il mantenimento di alcune funzioni. Per esempio, seguire le colonie di animali negli stabulari o le colture cellulari che devono continuare. Chi lavorava nella ricerca sul Covid ha continuato a lavorare. Negli altri casi, gli accessi sono stati limitati al minimo. Nei laboratori ci sono tante persone, che condividono spazi e strumenti». Passata l’emergenza, il ricercatore garantisce che la squadra «dovrebbe progressivamente ripartire, fino a lavorare a pieno ritmo».
Un supporto è giunto dalla Fondazione Airc per la ricerca sul cancro che «ha rimandato le scadenze amministrative, comprendendo la situazione». Una comprensione che Pinti si augura possa estendere anche tra i cittadini.
«Di fronte alla pandemia - riconosce Pinti - è emersa la straordinaria velocità con cui lavorare al problema e trovare soluzioni. Avverto un clima di maggiore comprensione di quanto importante sia il lavoro di ricerca scientifica». —
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