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la sentenza  

Accusato di furto di gioielli per oltre 400mila euro

Serena Arbizzi
Accusato di furto di gioielli per oltre 400mila euro

L’imputato era stato condannato in Appello ma la pena dovrà essere rivista I preziosi sono spariti dalla casa di una donna dove ha vissuto per cinque mesi

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È stato accusato di avere rubato numerosi gioielli a una donna che gli ha dato ospitalità, una facoltosa signora carpigiana, presso la sua abitazione. Ma l’ultima sentenza della Cassazione ha rovesciato lo scenario lasciando aperte numerose possibilità: da un’eventuale diminuzione della pena, fino a un’assoluzione, se trascorresse il tempo necessario perché si verifichi la prescrizione.

Protagonista del caso è il reggiano Cosimo Miari, 70 anni, difeso dall’avvocato Noris Bucchi, al centro di una vicenda che si trascina da tempo e sulla quale non è ancora stata scritta la parola “fine”. La Corte di Appello di Bologna aveva infatti già ridotto la pena inflitta all’imputato, riformando parzialmente la sentenza emessa dal Gip di Modena. In quella circostanza, Miari era stato ritenuto colpevole di furto. Nel capo di imputazione, in particolare, si legge che, approfittando dell’ospitalità offerta dalla vittima durante cinque mesi, l’imputato avrebbe rubato diversi preziosi. In pratica, Miari, avrebbe sottratto, in un periodo che va da luglio a novembre, un ingente quantitativo di gioielli appartenenti alla donna presso la quale era ospite.

Rispetto al valore dei gioielli rubati, nella sentenza del Tribunale di primo grado si afferma che c'era stata sottrazione - in due diverse occasioni- di beni per un valore complessivo 450mila euro. Un valore, tuttavia, contestato con l'atto di appello, con indicazione specifica degli elementi contrastanti emersi dalle prove.

L’esame della Suprema Corte ha rigettato un punto della sentenza emessa dalla Corte d’appello, facendo sì che si possano aprire nuove possibilità sull’esito finale. Entrando nel dettaglio, la difesa dell’imputato, nel ricorso presentato alla Suprema Corte, sosteneva che l’imputato fosse reperibile e che la notifica del procedimento non gli fosse stata fatta ritualmente. La Cassazione spiega, invece, che il processo è stato radicato correttamente. Ma accoglie il punto della difesa sull’aggravante: l’impugnazione in ordine all’entità della pena inflitta è stato accolto.

«L'aggravante del danno patrimoniale di rilevante gravità non risulta essere stata ritualmente contestata - si legge nella sentenza - Nel capo di imputazione è stata menzionata solo espressamente l'aggravante, mentre quanto all'indicazione delle cose sottratte si fa genericamente riferimento a “numerosi gioielli”». E se nella sentenza di primo grado si fa riferimento alla “sottrazione -in due diverse occasioni- di beni per un valore totale di 450mila euro” tale valore però “è stato contestato con l'atto di appello, con indicazione specifica degli elementi contrastanti emersi dalla prova dichiarativa sul punto - continua la sentenza - e in ordine a tale profilo la Corte territoriale non ha risposto, facendo solo riferimento all'elenco allegato al capo di imputazione, nel quale, però, non è indicato il valore dei beni sottratti». Motivo per cui il procedimento farà un passo indietro ritornando alla Corte d’Appello. —



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