Gazzetta di Modena

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lotta alla camorra 

La polizia modenese nel bunker del boss

S.C.
La polizia modenese nel bunker del boss

Rivisitata nella trasmissione su La7 l’operazione a Caserta che portò alla scoperta di un nascondiglio del clan Zagaria

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Sono tornati eroi per un giorno, protagonisti di una trasmissione Tv, gli uomini della Squadra Mobile della Questura di Modena. Sull'argomento bruciante delle scarcerazioni dei boss malavitosi, l'emittente La7 ha mobilitato il suo programma d'attualità per raccontare l'uscita dal carcere dei boss di mafia, camorra e n'drangheta. Tra i filmati in onda nella trasmissione di Massimo Giletti, “Non è l'Arena”, c'erano le immagini dell'irruzione nel bunker sotterraneo di Michele Zagaria, a Casapesenna, in provincia di Caserta, nel febbraio del 2014. Tra loro c'erano anche 5 uomini in forza alla Mobile modenese che si erano uniti ai colleghi della Campania per mettere le mani sul covo di uno dei ricercati più in vista dei Casalesi. A molti uomini, tra le divise in servizio in via Divisione Acqui e quelle in pensione, è venuto un groppo alla gola rivedendo in azione i colleghi della Prima Sezione della Mobile .

In quell'operazione si rischiava di brutto. I poliziotti della nostra Questura erano partiti dal filone di un'altra indagine e, passo dopo passo, un pedinamento e un'intercettazione, erano riusciti a ricostruire i movimenti e le basi segrete di Collo Storto, come a Caserta gli affiliati chiamavano Zagaria. L'uomo che si muoveva tra Caserta e Modena sicuro della sua impunità era stato assicurato alla giustizia poche settimane prima ma dei tesori, i libri mastri delle estorsioni e dei conti bancari, era venuto fuori poco o nulla. Il fatto è che all'ombra della Ghirlandina i casalesi li conoscevano bene dagli anni '80, da quando erano arrivati assieme a capaci muratori e manovali, anche strani amici che trovavano ospitalità da qualche paesano compiacente. Anche Zagaria, al momento dell'arresto, era in un bunker e la Squadra Catturandi di Caserta era convinta di aver chiuso il cerchio. Ma dalla Questura di Modena partì il codice rosso: “Non vi fidate – dicevano in buona sostanza i poliziotti geminiani – A Casapesenna siamo sicuri che c'è un altro bunker”. I colleghi napoletani misero insieme i pezzi che non quadravano e si mossero subito. Così, assieme alla Mobile modenese, arrivarono nella strada pubblica, chiusa da un cancello che teneva fuori il passaggio del traffico. Anche la villa del latitante era protetta da un alto muro di cinta, da sofisticati sistemi anti-intrusione e un altro cancello. Una volta dentro i poliziotti cominciarono, nelle stanze vuote, a battere contro i muri. Videro una presa di corrente montata capovolta e cominciarono da quel muro; da lì iniziò la demolizione, trovando subito botola, scala e rifugio perfettamente arredato e attrezzato con tutte le comodità. Ma i latitanti e la contabilità erano già spariti. —

S.C.

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