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Parole nuove per un mondo cambiato Da Unimore nasce il “Vocabolatorio”

Gabriele Farina
Parole nuove per un mondo cambiato Da Unimore nasce il “Vocabolatorio”

Il professor Vittorio Iervese ha coinvolto il dipartimento di Studi linguistici per lanciare online un laboratorio di vocaboli 

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la storia

Gabriele Farina

Conoscete l’accovidia? Vi siete mai sentiti narcinici? Se la risposta è no, probabilmente non avete mai consultato un vocabolario nato da un laboratorio. Un Vocabolatorio, insomma.

Il «gioco creativo» porta la firma di Vittorio Iervese, professore Unimore. Il docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi non è nuovo a esperienze innovative. Lo scorso anno, per esempio, ha preso parte attiva al Virtual Movie Festival organizzato al Laboratorio Aperto dell’ex Aem. La virtualità è diventata il canale principale della prima parte del 2020. Così Iervese ha coinvolto il dipartimento di Studi linguistici e culturali nell’esperimento. «Il Vocabolatorio nasce dalla necessità di condividere riflessioni, interpretazioni e analisi - spiega il docente - trovando anche nuovi modi per ripartire. È anche un modo per non ritrovarsi nella stessa normalità di prima».

Il laboratorio dei vocaboli si pone così l’obiettivo di creare «nuove parole per un nuovo mondo», come descritto sulla pagina Facebook. Servono anche nuovi significati di vocaboli esistenti per «non farsi abbindolare da formule apparentemente nuove ma paludate e truffaldine». Le sezioni del laboratorio si mescolano in rete e ognuno può dare il proprio contributo. Può darsi al conio, creando parole nuove anche dall’unione di esistenti. Come l’accovidia, «l’atteggiamento un po’ pigro che si può assumere stando in casa» come rimarca Iervese. La parola nasce dalla fusione di accidia e Covid.

Un altro esempio è narcinico, definito come l’atteggiamento di chi è sia livoroso verso gli altri sia estremamente compiaciuto di sé. Si possono anche fare le pulci a parole o espressioni esistenti, di cui magari non si conosce bene tutto. Come smart working, espressione che «lascia intendere un modo di lavorare agile, intelligente, veloce e… internazionale». Così si legge in un post sul Primo Maggio. Poche righe ed ecco la scoperta: smart working «è un’invenzione tutta italiana, uno pseudoanglicismo un po’ opaco e insidioso». D’altronde, «il lavoro a distanza non è automaticamente “smart” (agile e intelligente) per il semplice fatto di essere online o di utilizzare tecnologie digitali».

Ogni parola è poi graficamente inquadrata con un’immagine, in cui appare anche la sillabazione. «L’unico filtro che poniamo è di non scrivere direttamente sulla pagina - prosegue Iervese - ma di mandare un messaggio a chi sta gestendo la pagina». Abbinati alle immagini, i contributi sono programmati in modo da poter avere una parola al giorno. Il docente raccomanda di «evitare parole offensive, politicamente connotate o relative a identità religiose». Per il resto, Iervese e la squadra rimangono in ascolto delle proposte… con le antenne alle orecchie.

Già, perché l’immagine scelta per il gruppo è uno scatto in bianco e nero con uno strumento particolare. Ricorda le cuffie senza fili di oggi, ma in una versione più… mastodontica. «Erano dispositivi utilizzati nelle guerre mondiali per intercettare messaggi criptati - illustra Iervese - provenienti da comunicazioni radar e radio». L’immagine ricalca così il desiderio «di occuparsi di storia con un fare molto curioso, giocoso e non necessariamente di approfondimento». —



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