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Modena, la lettera. «C’è molto lavoro da fare sulle residenze per anziani Ma ci state lasciando soli»

Marco Franchini* ; * amministratore unico Asp “G.Gasparini” Vignola
Modena, la lettera. «C’è molto lavoro da fare sulle residenze per anziani Ma ci state lasciando soli»

La lettera aperta di Franchini (Asp di Vignola): «Si indaghi senza sconti ma non si generalizzi Diventiamo l’ultima famiglia dei nostri cari. Siamo luoghi che non devono restare periferia» 

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LA LETTERA

Marco Franchini*

Mi permetto di condividere questa riflessione dopo l’ennesima perturbata notte vissuta, come immagino sia per molti amministratori e direttori di enti di servizi alla persona. Stiamo tutti affrontando un nemico invisibile ed estremamente insidioso, contro il quale a oggi manca ancora una cura e verso il quale i nostri ospiti, gli anziani della Case Residenza, sono i soggetti più esposti in assoluto.

Leggo, però, una strana e contrapposta narrazione che coinvolge da tempo gli operatori della sanità rispetto a quelli sociosanitari. Da un lato il lavoro lodevole e meritorio di frontiera dei medici e infermieri viene osannato, ringraziato e sostenuto, come giusto che sia, tanto da essere accostato a parole come eroismo o associato a figure angeliche. Dall’altro, il lavoro di infermieri, oss, medici di struttura e personale tutto delle Case Residenza Anziani viene associato a squalificanti fatti di cronaca e accusato di scarsa professionalità, pur trovandosi questi operatori ad affrontare lo stesso peso, peraltro aggravato dalla fragilità delle persone a cui si rivolgono.

Sia chiaro per chi legga: nessuno nega che esistono circostanze su cui bisogna indagare senza se e senza ma e, per essere ancora più chiaro, che anche una sola persona venuta a mancare non deve lasciare indifferente la nostra coscienza. Questo deve valere in una Casa Residenza così come in un ospedale.

Non ci sto, vivendo in prima linea questa esperienza al fianco di operatori e professionisti, ad ascoltare in silenzio questa stonatura. Non ci sto ad accostare le esperienze gravi e negative riportate dalle cronache ad altre, e sono tante, che meritano solo il nostro rispetto e supporto. Ad oggi, sebbene nelle nostre tre strutture nessuno degli ospiti o operatori sia risultato positivo, ho piena consapevolezza dell’insidioso nemico che affrontiamo e contro cui nessuno deve sentirsi immune.

Non ne faccio neanche una questione di risorse economiche, sebbene a parità di condizioni un posto letto in Cra costi 136 euro al giorno rispetto ai mille euro almeno di un reparto ospedaliero, per non parlare di premi agli operatori sanitari e donazioni alle strutture ospedaliere, introiti di cui non godono le Cra e i loro operatori.

Ne faccio una questione di risorse umane. Abbiamo persone che si sono dedicati a questa scelta di vita (alcune sono con noi da trent’anni!) stando al fianco di anziani polipatologici, con demenza, gravi malattie degenerative e fisiche, i più limitati nel movimento, talvolta in stato terminale o vegetativo. Abbiamo persone, non pazienti, che da anni vivono allettati e intubati. Il nostro personale si fa carico della più difficile delle cure: quella dello spirito. Perché lasciare un proprio caro in una Cra significa trovarsi nella difficilissima scelta di portarlo in una struttura sapendo che per la maggioranza degli ospitati sarà un viaggio di sola andata. Quanto dolore, rabbia e impotenza in una scelta che nessuno fa a cuor leggero. Molti che leggono sanno di cosa parlo. E ad accogliere quei corpi ormai fragilissimi e quelle emozioni così difficili ci sono loro: oss, infermieri, medici, coordinatori, animatori e cuochi. E dal giorno in cui varcano quella porta, ogni giorno, Natale incluso, noi diventiamo la loro nuova casa, la nuova famiglia.

Da anni rappresentiamo alla comunità la testimonianza di un luogo che non possa restare periferia, umana prima che urbana, e che progettiamo l’idea di fare delle Case Residenza uno spazio di intergenerazionalità, sapendo che quelle vite così fragili ma così piene hanno ancora da dare, in particolare ai giovani.

Non ci sto che l’attenzione su queste realtà si levi solo oggi e in queste condizioni. Non ci sto che non si veda riconosciuta la professionalità e la passione di chi lavora in frontiera e ogni giorno vive il timore di infettare o infettarsi. Non ci sto a vedere i parenti, soli in una scelta tutt’altro che facile, oggi aggravata dall’impossibilità di vedere il proprio caro se non filtrato da un tablet, additati come ingrati.

C’è molto lavoro da fare sulle Cra, certamente, per riportare al centro la persona quando questa vive in una condizione di fragilità. E il vero professionista non si chiede quanto di buono ha fatto ma quanto ha ancora da imparare. Ma nulla sarà possibile se noi tutti non riconosciamo a chi lavora in queste strutture il merito di quello che fa. Nessun luogo, per quanto accogliente, potrà funzionare se al suo interno non vi saranno professionisti che giorno dopo giorno si prendono cura dei nostri affetti più cari.

Dunque, perché non siamo eroi? Perché non lo vogliamo essere. Dobbiamo temere, anzi, una società che debba farne ricorso nei luoghi di cura. Siamo professionisti appassionati del proprio lavoro che chiedono di essere riconosciuti e sostenuti. Non dimentichiamoci delle Cra e di chi le vive. «Gli anziani sono uomini e donne, padri e madri che sono stati prima di noi sulla nostra stessa strada, nella nostra stessa casa, nella nostra quotidiana battaglia per una vita degna. Sono uomini e donne dai quali abbiamo ricevuto molto. L’anziano non è un alieno. L’anziano siamo noi». (Papa Francesco) —







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