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Il caso Csm Palamara arriva a Modena, il pm Marino: «Volevo solo trasferirmi Il mio nome trascinato in una guerra di potere»

Carlo Gregori
Il caso Csm Palamara arriva a Modena, il pm Marino: «Volevo solo trasferirmi Il mio nome trascinato in una guerra di potere»

Il pm Katia Marino rompe il silenzio a due settimane dalle rivelazioni «Desideravo fare un’esperienza al Ministero dopo 15 anni in provincia

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MODENA «Leggere sui giornali quelle intercettazioni tra Palamara e Baldi che parlavano di me, beh, è stato qualcosa che ho vissuto con indignazione e rammarico. Il mio nome è stato ripetuto almeno dieci volte per riferire una vicenda che non ha nulla a che fare con la questione di cui si parla adesso: la spartizione di uffici pubblici per ragioni correntizie o politiche». Katia Marino, il sostituto procuratore della Procura di Modena tirato in ballo nelle intercettazioni della guardia di finanza per l’inchiesta di corruzione contro i vertici della magistratura, oggetto di uno scoop del Fatto Quotidiano, non ci sta. Dopo due settimane rompe il silenzio e decide di spiegare le sue ragioni. Anche perché, come rivendica, è stata esposta al pubblico senza essere indagata e senza essere accusata di illeciti.

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Dottoressa, come è finita in questa bufera (con una collega di Roma) sulle intercettazioni tra Palamara e Fulvio Baldi, ex capo di gabinetto del Ministero?


«Sono iscritta all’Anm, ma non sono mai stata iscritta a nessuna corrente. Non ho mai fatto attività politica né associativa. La mia conoscenza con il dottor Palamara risale a più di quindici anni fa quando sono entrata in magistratura. Ho fatto l’uditorato a Roma e Palamara era il coordinatore del mio gruppo. Di fatto, è stata la prima figura di magistrato con la quale ho avuto a che fare entrata in magistratura».


E siete rimasti amici?
«Certo, come con tanti affidatari di Roma. Quell’esperienza vissuta a Roma è stata la più bella della mia vita professionale. È così, perché dopo non è che abbia lavorato in Procure di grandi città. La mia amicizia per Palamara si basava sulla conoscenza e sulla stima personale. Ripeto, non ho mai fatto parte della sua corrente o fatto politica per lui».


Cosa accadde due anni fa?
«È successo che dopo 15 anni di Procura mi è venuta voglia di fare un’esperienza diversa. Siccome ai noi magistrati è concessa la possibilità, ed è uno dei pochi vantaggi di questa professione, volevo provare a lavorare al Ministero. E ovviamente qui subentra il meccanismo di selezione per lavorare al Ministero. Nessuno lo ha finora detto o scritto, ma al Ministero non ci si va con concorsi per titoli o esami. Non funziona così. Salvo qualche rara eccezione di magistrati chiamati direttamente come Di Matteo, si è scelti per colloquio dopo la segnalazione di qualcuno che ha rapporti con chi dovrà instaurare un rapporto fiduciario. Perché alla base c’è un rapporto fiduciario. Non c’è altro».


Era una segnalazione e non una raccomandazione?
«Era una segnalazione. La maggior parte di noi entra così nel Ministero. Vengono segnalati per avere un colloquio. Dopo di che la decisione sull’assegnazione del posto spetta a chi comanda. Delle decisioni e delle loro ragioni non so nulla e non voglio sapere nulla. Non mi interessano. Il mio solo desiderio era di fare un’esperienza lavorativa diversa. E dirò che era tanta la mia voglia di fare un’esperienza diversa da quella requirente, che avevo chiesto al Consiglio Giudiziario il parere per lo svolgimento di funzioni giudicanti ottenendo, peraltro, parere positivo».


E allora perché queste telefonate tra Palamara e Baldi?
«Quello che ha fatto Palamara non lo so. Mi ero rivolta a lui per chiedere se secondo lui era possibile fare un’esperienza a Roma e quali posti fossero disponibili al Ministero. Tutto qui. È chiaro poi che bisognava capire se c’era necessità di un magistrato, se c’era un posto disponibile, per quale tipo di mansioni eccetera».


Cosa pensa di questi articoli in cui si pubblicano le intercettazioni su di lei che hanno fatto scandalo, anche se lei non c’entra niente.
«Non so nulla, non posso sapere nulla e non voglio neppure sapere nulla. Soprattutto non voglio entrare neppure nella questione politica sulla pubblicazione delle intercettazioni. Posso dire che sto ragionando sull’uso del mio nome per possibili violazioni della privacy secondo le norme della Corte Europea: non si può ripetere costantemente il nome di qualcuno che non c’entra niente con le indagini né con profili disciplinari. Prova ne è che - anche se non sono mai intervenuta - dopo il primo articolo il Fatto Quotidiano ha poi precisato che io non c’entro niente nell’indagine. La mia persona è stata utilizzata per descrivere una vicenda a me estranea quale quella relativa alla spartizione degli uffici secondo logiche politiche o correntizie. Io non appartengo a quel mondo. Chiunque mi conosce lo sa. Nessuno mi ha mai visto a un’assemblea. Neanche mi interessa. Ribadisco: cercavo solo un’esperienza diversa dopo 15 anni».


Nell’ultima telefonata si parla di “sistemarla” al Ministero degli Esteri.
«È stata però omessa la seconda parte della conversazione. Si è ribadito che non sono andata alla Farnesina perché non ho adeguata conoscenza dell’inglese. Questo dimostra solo che non volevo fare quell’esperienza a tutti i costi, altrimenti avrei accettato la proposta al Ministero degli Esteri, come risulta dalla parte della conversazione di cui è stata omessa la pubblicazione. Se avessi avuto altri metodi o fini, non è che la mia non adeguata conoscenza dell’inglese mi avrebbe ostacolato. Sono una persona che conosce le proprie competenze e si valuta in base alle proprie capacità. Volevo spendere competenze vere, non quelle che non ho. Altrimenti la mia dignità mi impone di dire no. Tanto è vero che non ho voluto quel posto a tutti i costi in base a quelle logiche che non mi appartengono. E infatti oggi sono ancora alla Procura di Modena». —

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