Parco Ferrari, ottocento contro il razzismo in ginocchio per la morte di George Floyd
L’EVENTO
«Non posso respirare». La voce di George Floyd riecheggia nel silenzio del parco Ferrari. Sono le 16.17. Oltre ottocento persone ricordano il 46enne ucciso a Minneapolis tra lacrime e mascherine, cartelli di protesta e pugni chiusi rivolti versi l'alto. Come fecero gli atleti statunitensi Tommie Smith e John Carlos sul podio olimpico di Città del Messico. Era il 1968, sembra ieri. «Black lives matter - le vite dei neri importano», lo slogan della manifestazione.
«Apparteniamo tutti alla “razza” umana», ricorda Uwaila Osawaru. La giovane ha scoperto il razzismo «a 7 anni, dopo essere nata e vissuta in Italia». Come Bintou Toure, l’altra organizzatrice, discriminata in classe e al lavoro. «Quanti di voi si sono sentiti soli? - chide Toure - quanti stranieri sono nati nel territorio italiano e non hanno la cittadinanza? Quanti sono stati guardati come fossero poveri? Quante sono state viste come prostitute buttando la spazzatura? Non possiamo accettare più questo. Voi bianchi difendete gli amici discriminati, se ci reputate tali». «Non mi sento a casa mia né in Italia né in Nigeria - aggiunge Osawaru - chi dice che in Italia non c’è il razzismo?»
Passato il microfono, continuano le testimonianze. «Chi ci dà il diritto di classificare le persone per il colore della pelle?», tuona Erika Arno. La giovane vorrebbe vedere un'affluenza così «quando i barconi si rivoltano in acqua e le persone affondano».
«Le vite di tutte le persone contano - ricorda a margine Laura Medici di Mediterranea Formigine - e il razzismo non è soltanto in America». «Il razzismo vive dentro di noi. Riguarda tutti e va a braccetto con la discriminazione», denuncia Jeffrey Boateng. Già vittima di una discriminazione, Boateng ricorda commosso le vittime americane Eric Garner, Trayvon Martin, Michael Brown, Freddie Gray, Snaid Tadese,Tamir Rice, Philand Castile, Alton Sterling, Samuel Dubose, Laquan McDonald, Keith Lamont, Ibrahim Selim, Walter L. Scott, Ahmaud Arbery, Atatiana Jefferson, Kaissa Kamara, Becky Moses, Rodney Glen King e George Floyd. Nathan Taveras va oltre le ferite del razzismo per chiedere «un mondo uguale per tutti».
«Il nostro problema che siamo stra-neri, non stranieri», afferma Raheal Poku. La giovane lancia il messaggio «Make black great again» sostituendo “black” ad “America” nel motto di Trump. Alexandar Glisic invita tutti «stranieri e italiani» all’unità. «Modena non è razzista, ma alcuni modenesi lo sono», esclama Thomas McCarthy. Per Alice Gibertini sensibilizzare è la chiave per combattere un «sistema razzista e discriminatorio». «Viviamo con i nostri fratelli, condividiamo le stesse scuole e le stesse squadre», rilancia Ibrahim Kane. Sekou Sylla si lancia in rime, un giovane «marocchino omosessuale e fiero di esserlo» racconta una violenza. «Insieme facciamo la differenza», è l’appello di Giuseppina Addo. «Vedo tanta ignoranza in giro - avverte Mackenzie Doudu - ma ad arrivare all’odio ci vuole poco». «Non basta non essere razzisti, bisogna essere antirazzisti», si schiera la giovane Sara. Alle 17.46 le note di “We are the world” uniscono. Tutti in ginocchio per ricordare Floyd, poi la protesta si sposterà a Carpi. Venerdì 12 alle 18 piazza Martiri ospiterà la nuova tappa di “Black lives matter”. —
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