La verità di Mourad: «Mi ha ferito al collo Non ci ho più visto»
Il 30enne accusato di omicidio volontario resta in carcere Al giudice ha raccontato i frangenti dell’accoltellamento
campogalliano
Mourad Chail ha scelto di raccontare da subito la sua versione dei fatti sull’omicidio avvenuto lunedì notte in via Barchetta. Il 30enne marocchino, in videoconferenza con il giudice Barbara Malvasi, ha deciso di non chiudersi a riccio bensì di mostrarsi il più collaborativo possibile nell’andare ad esplorare alcuni punti oscuri della lunga giornata che ha portato all’assassino di Mohamed Salah. Assistito dall’avvocato Lorenzo Bergami, Chail è partito nel suo racconto dal tardo pomeriggio. Quando avrebbe consumato un paio di birre all’interno di un bar di Campogalliano, gestito da cinesi. Lì sarebbe stato raggiunto da Salah (“non ci eravamo mai visti e non ci conoscevamo”, ha sostanzialmente detto al giudice) con il quale avrebbe avviato una chiacchierata poi sfociata in un gesto di scherno. Cosa lo abbia innescato rimane un segreto sul quale potrebbero essere richiesti alcuni accertamenti, fatto sta che Salah prende il bicchiere e scaglia la birra in viso a Mourad. I decibel della discussione si alzano fino a quando il custode informale della trattoria “Barchetta” sceglie di andarsene per raggiungere un altro locale del paese. E lì beve almeno un’altra birra prima di fare ritorno a casa.
È innervosito Chail, la birra in viso è stato un affronto, ma anche Salah non desiste. Arriva infatti una telefonata sul cellulare del marocchino (sui dispositivi saranno effettuati accertamenti mirati per capire l’attendibilità dell’indagato): «Non so come abbia fatto ad avere il mio numero - ammetterà al giudice - ma ha iniziato ad insultarmi. “Non sei un uomo, ti farò andar via da Campogalliano, ti vengo a prendere sotto casa”, mi diceva». E in effetti poco dopo il tunisino dagli otto alias si presenta in via Magnagallo Est in sella alla sua mountain bike fluorescente che resterà abbandonata lì accanto fino al giorno dopo per poi sparire.
«Me lo sono trovato sotto casa - continua il racconto - Urlava, inveiva, minacciava. Ho deciso di scendere e prima di uscire ho impugnato il primo coltello che ho trovato nel ristorante, che ho nascosto nei calzoncini. Non avevo intenzione di usarlo, ma quando sono arrivato fuori lui mi ha ferito con un cutter al collo». In effetti Chail ha un leggero taglio di 3-4 centimetri, compatibile con la ferita di un taglierino su cui sarà disposta una perizia. Ma quel gesto scatena la rabbia del marocchino che afferra il coltello per sfilettare il pesce e lo conficca “nel fianco” di Salah.
È in quel momento che la situazione precipita e culmina nei colpi letali che saranno inferti nel corso di una colluttazione che porterà i due contendenti ad oltre un centinaio di metri dalla trattoria. Urlano entrambi, si sfidano a vicenda, Salah provoca ancora. E viene ucciso. «Continuava ad offendere mia moglie e mia figlia», dirà Chail agli investigatori ma il movente non può essere quello. C’è invece l’esasperazione, che gioca un ruolo decisivo.
Il 30enne - la cui moglie con la figlia sono bloccate in Marocco da prima del Covid - rimarrà ancora in carcere. La dottoressa Malvasi ha convalidato l’arresto e confermato la misura cautelare al Sant’Anna. Nel frattempo è stato conferito l’incarico per gli esami autoptici sulla salma di Salah. E se i protagonisti dell’omicidio sono ormai cristallizzati, rimangono sul campo ancora alcuni lati oscuri da definire: la genesi della discussione al bar, i contatti telefonici, le offese e soprattutto se i due si conoscessero o meno. —
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