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Quel circolo tra boom e debiti finito nelle mani dei Caliendo

Nato nel 1961, l’impianto crebbe a dismisura godendo di popolarità Nel 2018 chiuso dai sigilli del Tribunale dopo il fallimento 

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la storia

È il 14 dicembre 2018: la lettera di Marja Caliendo, fino a pochi giorni prima amministratore, dice il contrario ma le strutture sportive e per il tempo libero del Mammut Club non sono più praticabili. L’accesso all’impianto è bloccato dai sigilli apposti dal curatore fallimentare Gianluca Riccardi. Si è presentato poche sere prima ai cancelli di via Ghiaroni e, quando l’ultimo tennista in notturna se ne è andato, ha eseguito la disposizione della sentenza di fallimento. Era la fine ingloriosa per un complesso sportivo modenese che aveva goduto di grande popolarità. Il club era stato trascinato nel caos del fallimento del Modena Calcio, nelle mani di Antonio Caliendo, padre di Marja. Era accaduto infatti che il Mammut venisse utilizzato come pegno fidejussorio per l’iscrizione all’ultimo campionato di calcio. Ormai la società gialloblù non aveva più disponibilità economiche. Così nell’ultima stagione in cui ha gestito il Modena in C1, il procuratore calcistico e padre padrone dei “canarini” aveva messo sul tavolo della Covisoc, che chiedeva garanzie patrimoniali, il club e le sue strutture tramite la Finstar Srl, società proprietaria delle aree in cui sorge l’impianto. Così dopo il crac del Modena, dichiarato il 28 novembre 2017, il club di via Ghiaroni finisce a gambe all’aria. La figlia Marja, nel giorni della bufera patrimoniale, invia ai soci una lettera in cui conferma la continuità delle attività. È convinta di poter sganciare il club sportivo dai beni in mano al curatore nominato dal giudice fallimentare: contesta la sentenza del Tribunale di un mese prima e annuncia il ricorso in appello. Una prova di forza per rassicurare i soci: i sigilli verranno ugualmente apposti ai cancelli di via Ghiaroni. Quella sera finisce la storia del Mammut Club. Un’avventura nata nel 1961 a colpi di vanga sotto un pioppeto di campagna a sud della città da parte di Angelo Damen e Livio Selmi, i fondatori della società. Stavano scavando alla buona una piccola piscina, quella che sarà il primo impianto sportivo. Un’origine da loro stessi raccontata più volte che fece di quella cooperativa che contava 470 soci una realtà sportiva di primo piano. «Quando si partì nel ’61 le sponde della piscina erano inclinate come una grande “V”. Con le zappe e i badili fu una fatica enorme ricavare uno spazio profondo in terra - raccontava Lugli - eppure quella vasca era la terza a Modena dopo quella delle Dogali e quella dell’Accademia Militare». Nel 1968 viene fondata la Cooperativa Mammut Club. Dieci anni dopo gli impianti saranno triplicati, grazie anche a un meccanismo comunale che presto sarà applicato a tutte le polisportive. Il Comune cede per trent’anni le aree già espropriate in precedenza, garantendo i mutui del Credito Sportivo a nome del club. La società pagherà quattro miliardi di lire, senza mai coinvolgere i soci. Ma le rate accumulate e un cantiere fermato da un vicino portano a debiti schiaccianti. È il 1992: affiancato da dodici soci, Caliendo impone la sua guida promettendo di sistemare tutto. Da allora lui e la figlia hanno comandato. —

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