Gazzetta di Modena

Modena

«Bianchini, un gruppo spregiudicato»

Francesco Dondi

Durissima requisitoria del procuratore Lucia Musti: «Tredici anni per Augusto, era consapevole di aiutare la ’ndrangheta»

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BOLOGNA

Fare soldi e lavorare il più possibile: era l’obiettivo dei Bianchini, famiglia di imprenditori di San Felice, specializzati nell’edilizia, con numerosi contatti tra le amministrazioni locali e travolti nell’inchiesta Aemilia per reati che a vario titolo vanno dal concorso esterno ai reati fiscali fino alle intestazioni fittizie e all’abuso d’ufficio. Le loro posizioni sono state trattate nel corso dell’udienza alla Dozza di Bologna dove è in corso il processo di Appello di Aemilia.

La ricerca di ricchezza è l’unico punto di condivisione tra la procura generale, rappresentata dalla dottoressa Lucia Musti che rivendica i suoi dieci anni alla procura di Modena, e la difesa degli avvocati Giulio Garuti e Simone Bonfante. Ma se per questi ultimi Augusto Bianchini, il figlio Alessandro e la moglie Bruna dovrebbero essere assolti su tutto il fronte dei reati contestati (ne parleranno in aula domani), per l’accusa si deve ribadire le condanne emerse nel processo di primo grado con in aggiunta i reati ambientali per i quali c’è stato appello della Procura dopo l’assoluzione del tribunale di Reggio. E quindi: 13 anni per il capofamiglia con la conferma dell’aggravante mafiosa per aver agevolato esternamente la ’ndrangheta, 7 anni per la moglie e 5 per Alessandro.

«Spregiudicato interfacciarsi con gli appartenenti alla locale emiliana e con l’infedele pubblico funzionario Gerrini, animato dallo scopo della massimizzazione dei guadagni e dell’implementazione degli appalti», dice la dottoressa Musti riferendosi ad Augusto Bianchini mentre tratta i rapporti tra l’impresa di San Felice e il Comune di Finale. Una tesi che la difesa rigetta alla pari delle accuse di intestazioni fittizie, relative ai cambi di quote societarie e alla creazione della Ios non appena la Bianchini Costruzioni verrà esclusa dalla white list.

Come del resto la procura generale non crede alla ricostruzione secondo cui il “gruppo Bianchini” non fosse a conoscenza del profilo criminale di Michele Bolognino, “informazioni assunte solo dopo l’interdittiva antimafia”, replicheranno gli avvocati Garuti e Bonfante. Torna quindi a galla l’intercettazione in cui Bruna Braga (“il grillo parlante della famiglia”, la definirà il procuratore Musti) critica il marito per quel legame ed esprime i timori per la scoperta del rapporto da parte degli investigatori, fatto di collaborazioni e servizi di manodopera a basso costo sui cantieri dove lavora anche Gaetano Belfiore, genero di Nicolino Grande Aracri “assunto per controllare indirettamente gli affari della locale”.

Collaborazioni che l’accusa ritiene emblematiche della condotta spregiudicata del “gruppo Bianchini” e del sostegno esterno alla ’ndrangheta. «Bianchini era attenzionato dalla locale emiliana - dirà Musti - mafia di altissima connotazione imprenditoriale, attenzione ricambiata dall’imprenditore modenese», considerato il “cavallo di Troia che ha consentito alla ’ndrangheta di inserirsi in importanti lavori edilizi ed in appalti ed a realizzare un aspetto tipico delle mafie: sfruttare le calamità naturali a fine di lucro”. Bianchini è quindi un “appoggio” necessario alla ’ndrangheta con la quale però si rapporta alla pari per fare i propri interessi, e guadagnare denaro, la finalità ultima di una strategia imprenditoriale consapevole. E gli imprenditori sanfeliciani - continua la tesi accusatoria - avevano coscienza anche di come si stavano comportando sul fronte dell’amianto, che “non è superficialità ma prepotente consapevolezza”. —

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