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Eleonora e il timbro con scritto architetta «Facciamo capire che noi esistiamo»

Maria Vittoria Scaglioni
Eleonora e il timbro con scritto architetta «Facciamo capire che noi esistiamo»

Richiesta all’Ordine per declinare il titolo al femminile «C’è ancora poco coraggio, non siamo un’eccezione»

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Eleonora Mariotti è la prima architetta con la “a” nella nostra provincia. Ha scelto, chiesto e ottenuto che il titolo fosse declinato al femminile sul suo timbro professionale. Dopo aver conseguito il master in bioarchitettura lavora part time per una pubblica amministrazione e collabora con un’associazione di volontariato che promuove bioarchitettura e autocostruzione della propria casa con materiali naturali.

«Nella lingua italiana la declinazione al femminile, in “a”, esiste, ma non viene mai utilizzata, questo perché alcune professioni fino a poco tempo fa sono state esclusivamente appannaggio maschile». Ora i tempi cambiano, e le persone si pongono domande. Eleonora ha iniziato a seguire le vicende di altre colleghe, e insieme si sono chieste il perché di questa mancanza. Da qui, la richiesta all’Ordine di Modena: «Con il riconoscimento del titolo al femminile facciamo capire che ci siamo, che ci si può contare, e che non siamo ombra o eccezione in questa e in altre professioni».

Eleonora ci ha raccontato di come si sia iniziato solo dall’anno scorso ad approvare sul timbro la dicitura al femminile; nell’ordine prima a Roma, poi Bergamo, Torino, Milano, Udine e dalla settimana scorsa anche a Modena, ma bisogna farne esplicita richiesta, come se non si trattasse di normalità.

«C’è sensibilità, ma poco coraggio; ci deve essere una che comincia, e soprattutto il supporto delle altre colleghe». Ci si chiede in effetti come mai per alcune professioni il femminile sia assolutamente accettato e sempre utilizzato, mentre per altre no. Perché “infermiera” sì e “avvocatessa” no, dato che viviamo in un’epoca in cui, fortunatamente, la donna può essere l’una e l’altra? «Viene inteso il termine al maschile come neutro, ma la lingua italiana ne è priva, a parte pochissime parole; per cui l’utilizzo è improprio», spiega. Ottenere il timbro non è stato facile, e non tutti erano d’accordo: «È un tema che va trattato, proprio perché dà fastidio. I miei professori già raccontavano delle lotte che avevano sostenuto nel ’68, dopo cinquant’anni siamo ancora lì, e non è più accettabile».

Sui social la semplificazione è inevitabile e «tra le persone giovani c’è poca voglia di discutere, si ha spesso un atteggiamento superficiale. Inoltre la voglia di consenso, di avere due like in più, ci condiziona». In ambiente professionale invece emergono considerazioni assurde: «Ho sentito donne essere considerate volubili di natura e inattendibili in determinate situazioni, come ad esempio per il ciclo mestruale». E’ chiaro invece che esistono donne e uomini più o meno competenti, cosa indipendentemente dal sesso, ma direttamente conseguente dall’uso che si fa del cervello.

«C’è poca consapevolezza da parte delle donne stesse. La donna è spesso vittima di un pensiero di matrice maschile, e quello che mi auguro è che possa seguire un percorso di autodeterminazione, indipendente dall’uomo. La differenza tra uomo e donna esiste, la parità ancora no, e questo lo dimostra il gender gap, in Italia ancora elevato, e ci definiamo industrializzati e civilizzati».

Tornando alla dicitura femminile «queste piccole battaglie sono il primo modo di cambiare il resto, e tutti dobbiamo fare il nostro piccolo, come con un compasso: dal cerchio più piccolo a quello più grande, dalla cerchia di amici a tutti gli altri, attraverso l’educazione e facendosi sentire». —



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