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LA “RILOCALIZZAZIONE” VISTA DALL’IMPRENDITORE GIANMARCO MESSORI 

«Il tessile torna a produrre a casa propria rivedremo l’autentico Made in Italy»

Stefano Turcato
«Il tessile torna a produrre a casa propria rivedremo l’autentico Made in Italy»

«Delocalizzare in Asia non conviene più come prima, nel nostro settore tutti dimezzeranno i quantitativi all’estero»

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Stefano Turcato

Quelli che amano esibire la terminologia inglese lo chiamano “reshoring”, in italiano si potrebbe definire rilocalizzazione in antitesi alla delocalizzazione di significato opposto. La rilocalizzazione sta tornando di attualità in molti ambiti imprenditoriali anche se di fatto è più che altro il settore tessile a esserne protagonista.

Per anni ha avuto successo, e tante critiche, il processo inverso da parte delle imprese che delocalizzavano la produzione delegandola a Paesi esteri, dove il costo del lavoro, i sindacati inesistenti o quasi e la fiscalità favorevole consentivano risparmi giganteschi con la conseguenza di riuscire a praticare sul mercato prezzi nettamente inferiori rispetto a qualsiasi concorrenza. Ora le condizioni stanno via via cambiando sempre più e in tanti settori produttivi le imprese stanno valutando di innestare la retromarcia per un ritorno al passato e alla produzione in casa propria.

Per il momento non si può dire che il fenomeno sia decollato se non per il settore tessile, come conferma un imprenditore esperto quale Gianmarco Messori, titolare del marchio omonimo che a Sassuolo si occupa di abbigliamento per uomo e di sartoria su misura.

«Non mi risulta - dice Messori - che in altri settori stia avvenendo come nel tessile, dove invece da anni il ritorno in patria della produzione avviene in misura consistente. I primi sono stati marchi di grande prestigio come Gucci e Prada poi la stessa cosa hanno fatto brand di livello diverso, anche se le motivazioni erano sempre le stesse».

Cerchiamo di spiegare i motivi principali della rilocalizzazione o reshoring.

«Si può sintetizzare in tre ragioni: una logistica, una legata ai quantitativi di produzone e l’altra a strategie di marketing. Ma prima va spiegata la motivazione che sta alla base di tutto, vale a dire la convenienza economica di produzioni delocalizzate, per esempio, in Cina o comunque in Asia, che anni fa era davvero notevole ma negli ultimi anni si è ridotta in misura determinante. Negli ultimi dieci anni gli stipendi dei lavoratori cinesi, per capirci, sono triplicati e per questo motivo la stessa Cina ha iniziato a delocalizzare per esempio in Vietnam, dove il costo del lavoro è notevolmente inferiore. Si trova sempre qualcuno più povero».

Analizziamo le ragioni che conseguono a questa motivazione primaria.

«Dal punto di vista logistico anche la pandemia da Covid ha avuto una parte significativa perchè viaggiare è diventato costoso e molto problematico. Produrre all’estero significa anche inviare addetti e dirigenti sul posto, anche per il controllo qualità e tanti altri aspetti. Queste difficoltà hanno fatto sì che il Covid stia accelerando un fenomeno che nel settore tessile era in atto da tempo. Poi c’è il discorso legato alle quantità. Delocalizzare ha senso per grandi quantitativi di capi, di borse e altro. Ma adesso i grandi quantitativi non si vendono più e, se si deve produrre di meno, tanto vale farlo in Italia. E qui si innesta l’altro aspetto che è legato alle diverse strategie di marketing».

Spieghiamo anche questo aspetto.

«Produrre in Italia significa produrre meno ma anche puntare su una qualità di livello massimo e di conseguenza con prezzi molto più elevati. Si sta tornando all’autentico Made in Italy, come hanno fatto Gucci e Prada, e la clientela dimostra di apprezzare questa scelta. Anche ora, in tempi di Covid, il vero Made in Italy è sempre più ricercato».

Nel distretto carpigiano da questi punti di vista che cosa sta avvenendo?

«Liu Jo è l’esempio più significativo. Marco Marchi ha acquisito Blumarine con l’intenzione di cambiare strategia producendo in Italia. Ma a mio parere tutti dovranno adeguarsi a queste nuove esigenze: accadrà che tutti i brand dovranno quanto meno dimezzare la produzione delocalizzata e riportarla in Italia».

E l’azienda di Messori?

«Noi non abbiamo mai delocalizzato e abbiamo sempre creduto nel vero Made in Italy. Le nostre scelte vengono premiate dalla clientela tuttora nonostante la pandemia. Anche i nostri importanti clienti in Africa continuano ad apprezzarci, anche se ora i viaggi sono sempre difficoltosi. Noi ora abbiamo attivato anche il servizio su misura a domicilio per evitare che si debba andare nei negozi o in sartoria». —

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