Gazzetta di Modena

Modena

I vestiti delle donne stuprate «Nessuna era provocante»

ALICE BENATTI
I vestiti delle donne stuprate «Nessuna era provocante»

In esposizione alla Casa delle Donne le storie e gli abiti delle vittime di violenza sessuale per evidenziare come il loro abbigliamento non possa in alcun modo giustificare il crimine 

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LA MOSTRA

ALICE BENATTI

Com’eri vestito quando ti hanno derubato? Cosa indossavi quando ti hanno rapinato nel tuo negozio? Domande insolite, vero? Eppure, ancora oggi, c’è una frase che all’orecchio “suona” meno strana. Un indizio: la ascoltiamo spesso quando si parla di donne vittime di stupro: “Ma come era vestita?”. O, peggio, che viene rivolta direttamente alla vittima: “Come eri vestita?”. Ieri alla Casa delle Donne di Modena è stata inaugurata un’installazione che vuole rispondere a questa richiesta assurda che ancora echeggia tra tribunali, forze dell’ordine e giornalisti. «Era vestita con un pigiama invernale rosso, o con un abito da sposa, o una tuta sportiva, o un vestito lungo con stampa floreale, o ancora con un maglione e una gonna scozzese». Questi, e altri, gli abiti esposti. E nessuno è “sexy”. Sono appesi lì, accanto alle storie delle donne vittime di stupro o violenza che li indossavano. Parole tradotte anche in arabo, grazie al lavoro dell’associazione “Malala. Gli occhi delle donne sulla pace”, spagnolo e francese.

«Ci siamo allenate per tutto il pomeriggio perché in quel fine settimana ci sarebbe stata la partita (…) mi hanno caricata su un furgone (…) violentata e picchiata. In ospedale, con prognosi di 15 giorni, un giornalista mi ha chiesto “COM’ERO VESTITA”». Tuta blu, felpa con cappuccio.

«Mia madre mi lasciava spesso dagli zii (…). Mi hanno chiesto: “COM’ERI VESTITA”? Abbracciavi spesso lo zio? Tenevi le gambe composte quando giocavi?». Gonna scozzese, maglione rosso.

La mostra si chiama “Com’eri vestita? Survivor Art Installation” e arriva da lontano (gli Stati Uniti) ma in Italia è stata riadattata dall’associazione Libere Sinergie.

«Lo spirito è far vedere che queste donne erano vestite come lo è ciascuna di noi nella quotidianità – spiega Vittorina Maestroni, vicepresidente della Casa delle Donne – le storie rappresentano soprattutto situazioni accadute tra le mura domestiche a carico di parenti, amici o conoscenti quindi persone di cui fondamentalmente ci si fidava. E nessuno di quegli abiti può essere considerato sexy o provocante, chi agisce violenza lo fa per un senso di sopraffazione e potere nei confronti della donna».

Chiaro il messaggio per chi vede una correlazione fra violenza e attrazione fisica. E a preoccupare, come emerge anche da recenti casi di cronaca nazionale, è come a macchiarsi di questi reati siano sempre più spesso uomini giovanissimi. «Ragazzi che preparano e studiano quasi a tavolino stupri di gruppo – sottolinea Rosanna Bartolini, presidentessa della Casa delle Donne – questo ci fa capire che non è un’azione istintiva legata a un impulso sessuale ma il bisogno di ostentare la propria mascolinità umiliando e facendo del male alle donne. Dietro c’è una cultura patriarcale che deve essere stroncata con una grandissima attività di formazione e comunicazione. Noi pensiamo che parlare di educazione sessuale debba diventare obbligatorio nelle scuole». Parole decise quelle che, ieri, hanno accompagnato la riapertura della Casa delle Donne, la cui attività vedrà mercoledì alle 18.30 l’asta di abiti al parco di Villa Ombrosa e giovedì alle 18 la filosofa e scrittrice Maura Gancitano in diretta Facebook sulla pagina della Casa delle Donne. —



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