Gazzetta di Modena

Modena

Festival filosofia 2020

Esposito a Festival Filosofia: «Noi vittime della macchinazione Dobbiamo liberarcene»

MARCO PACINI
Esposito a Festival Filosofia: «Noi vittime della macchinazione Dobbiamo liberarcene»

Il filosofo e la riflessione su una categoria di grande attualità «che percorre tutta la storia moderna fino al Covid-19»

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MODENA In memoria di Remo Bodei. Se l’intera edizione del Festival è un omaggio al filosofo scomparso lo scorso novembre, nella lectio di Roberto Esposito c’è un riferimento ancora più esplicito, in cui si intrecciano il rapporto personale con l’ex collega alla Normale e i percorsi di pensiero di due tra i filosofi italiani che hanno “calcato” da protagonisti la scena internazionale negli ultimi anni. L’autore di libri come “Bíos” e “Immunitas”, che la biopolitica dispiegata in tutta la sua potenza ai tempi della pandemia ha trasformato in “guide” fondamentali al presente, dialogherà idealmente e soprattutto con l’ultimo Bodei, quello di “Dominio e sottomissione”.

Professor Esposito, il titolo che ha voluto dare al suo intervento - “Macchinazione” - sembra avere dei forti legami con l’attualità.

«Macchinazione proviene da macchina, ma con una tonalità negativa. Macchinazione rimanda al complotto, all’insidia, all’imbroglio...».

Cioè a una scena che ci è purtroppo molto familiare in questi mesi.

«Sì, noi siamo vittime di questa categoria persino in circostanze come quelle create dal Covid e dalle misure adottate per contrastarne la diffusione. Ma si tratta di un tema che percorre tutti gli eventi contemporanei, dal Protocollo dei savi di Sion allo sbarco sulla Luna».

Un passo indietro, da “macchinazione” a “macchina”.

«L’elemento negativo presente nella parola macchinazione era già presente nella nozione di macchina, perché la macchina è sempre stata pensata come artificio per superare i limiti naturali, per aggirare le leggi. La leva è una macchina, è una cosa che serve a sollevare un grande peso con un piccolo sforzo. La macchina diventa così, fin dall’origine, un elemento sorprendente per gli uomini. C’è una componente magica o diabolica nella macchina. Si rivela all’uomo come uno strumento ambivalente, che contiene l’incomprensibile o addirittura il magico. Questo elemento di ambivalenza, la sua negatività, acquista ancora più forza nella categoria di macchinazione. E fornisce anche una chiave di lettura della realtà contemporanea».

In un grande Paese come gli Stati Uniti, la categoria della macchinazione, del complotto, sembra intossicare la vita pubblica, la politica, in una misura incompatibile con la democrazia, non le pare?

«Non è una storia recente, basti pensare all’assassinio di Kennedy e a ciò che è seguito. E non è nemmeno solo un fenomeno americano. Pensiamo a come ha agito questa categoria dopo l’uccisione di Moro, o di Pasolini...».

Qual è la sua conclusione, o il suo appello, se c’è?

«La mia conclusione è che in alcuni casi l’idea di macchinazione, di complotto, può aver fornito delle chiavi di lettura veritiere. Ma la storia non può essere interpretata come una grande macchinazione. La storia è fatta di elementi imprevedibili. Dobbiamo liberarci della categoria di macchinazione. E credo anche che la filosofia contemporanea debba liberarsi dagli eccessi di tecnofobia». —


 

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