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Festival filosofia 2020

Modena, la mostra alla Fmav Quayola e la sua arte «La tecnologia mi aiuta a scoprire dei nuovi linguaggi»

Michele Fuoco
Modena, la mostra alla Fmav Quayola e la sua arte «La tecnologia mi aiuta a scoprire dei nuovi linguaggi»

Con l’esposizione “Ultima perfezione” a Palazzo Santa Margherita  l’artista romano riflette sui geni del passato in chiave moderna  

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Spettacolare, talvolta scintillante, è al Palazzo Santa Margherita, la mostra “Ultima perfezione” di Quayola che coniuga l’arte classica e le tecnologie più avanzate del nostro tempo. E’ la tradizione artistica occidentale che viene esplorata con nuovi mezzi d’avanguardia dal 38enne artista di Roma che vive anche a Londra: le due città che gli consentono una “doppia anima” creativa.

In che modo il suo lavoro concretizza il rapporto tra arte e tecnologia?

«La tecnologia nel mio lavoro non è utilizzata come semplice strumento per portare a termine delle idee, ma più come un collaboratore che mi aiuta a scoprire nuovi linguaggi. All’interno dello studio sviluppiamo sistemi e algoritmi in grado di osservare, manipolare e creare immagini e suoni. Questi sistemi diventano per me quello che uno strumento musicale è per un musicista».

Come avviene la tramutazione digitale nella sua “rivisitazione” di grandi opere del passato?

«Sono interessato dalla nuova prospettiva fornita dalle macchine di osservare il mondo diversamente da noi. Utilizzo sofisticati apparati tecnologici per osservare, studiare e re-interpretare temi e immagini a noi familiari. L’obbiettivo non è quello di ricreare perfettamente qualcosa di esistente digitalmente, ma al contrario quello di sottolineare l’impossibilità della macchina di leggere il mondo come lo leggiamo noi, scoprendo quindi nuovi linguaggi estetici e formali».

Per questa mostra quali capolavori ha indagato?

«A Modena c’è una selezione di lavori degli ultimi 10 anni che esplorano il tema dell’iconografia classica. Una serie esplora il tema di Giuditta e Oloferne, pale d’altare di Rubens, non-finiti Michelangioleschi e alcuni scritti del Vasari. Da anni esploro il tema di Giuditta e Oloferne. Qui presento dieci nuove incisioni basate su dieci diversi dipinti che raffigurano diversamente l’iconografia di Giuditta e Oloferne, uno dei temi più raffigurati nella storia dell’arte occidentale. Sono affascinato da come in passato questo tema era utilizzato, quasi come un pretesto per sperimentare nuove tecniche pittoriche. Il mio lavoro vuole inserirsi in questa tradizione di sperimentazione attraverso l’esplorazione del tema iconografico. Da anni esploro la relazione tra forma e materia, che trova la sua apoteosi nei “Prigioni” non finiti di Michelangelo. Nella serie utilizzo la fresatura robotica per creare dei non-finiti di sculture iconiche del passato. C’è pure una nuova serie di sculture sul “Ratto di Proserpina” di Bernini».

Cosa le interessa di più cogliere nel processo di trasformazione di un ’opera?

«Sia un dipinto o una scultura, sono sempre stato molto affascinato dalle opere lasciate incomplete, perché riescono a documentare il loro processo di creazione. Il focus non è più su quello che cercano di raffigurare, ma sul loro divenire e la relativa tecnica utilizzata. Tutte le mie opere sono in qualche modo non-finite, appaiono sempre in uno stato di transizion e dDocumentano il processo di creazione”.

Presenta anche una videoinstallazione…

«E’ un dittico video della serie Strata, fatto nel 2011. Rappresenta il mio primo lavoro di analisi su una collezione museale. Strata #4 è nato da una collaborazione con il Palais des Beaux Arts di Lille, che mi ha dato accesso e risorse per scansionare ad alta definizione le gigantesche pale di altare di Rubens della loro collezione. Il video è un esplorazione di queste scansioni, osservate attraverso vari algoritmi di “computer-vision”».

La sua collaborazione a progetti musicali è un modo diverso di fare arte?

«La ricerca sul suono è sempre stata una componente importante del mio lavoro e lo diventa sempre di più. Al momento sto finalizzando un nuovo progetto in cui pianoforti a coda motorizzati vengono controllati da algoritmi. Emblema della tradizione musicale, i pianoforti combinano caratteristiche tecnologiche e umane: riproducendo i movimenti della mano, creano una connessione con la realtà umana, eseguendo allo stesso tempo virtuosismi non umani. Il nuovo lavoro verrà presentato sotto forma di concerto audiovisivo, per la prima volta, a Roma il 4 ottobre».

Tante le mostre soprattutto all’estero. Ciò la esalta o la spaventa?

«Da parecchi anni il mio lavoro gira il mondo in maniera piuttosto frenetica. E in questo momento di pandemia mi rende molto felice che il lavoro continui a girare». —

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