Sassuolo. Nespoli, l'astronauta tra i filosofi: «Guardando da lassù cambiano le prospettive delle cose»
Nespoli: «Dallo spazio il nostro pianeta non appare fragile Siamo noi ad esserlo»
MODENA «Quando gli americani misero piede sulla luna ero un bambino. E come tutti i bambini dell’epoca volevo fare l’astronauta. Ma sono cresciuto in un piccolo paese della Brianza dove era già tanto se prendevi un diploma. Dunque il mio sogno finì chiuso in un cassetto. Dopo la leva decisi di restare nell’esercito e nel 1982 partecipai alla missione di pace in Libano.
Qui fui incaricato di garantire l’incolumità di Oriana Fallaci, giornalista eccezionale che aveva scritto “Se il sole muore”. Sì, un reportage dedicato in primis al padre ma anche “ai miei amici astronauti che vogliono andar sulla Luna perché il Sole potrebbe morire”. Una volta entrati in confidenza le rivelai quel sogno. Lei mi disse: devi provarci». E Paolo Nespoli, laureatosi poi in ingegneria meccanica, non solo ci ha provato.
Ci è riuscito alla grande. 313 giorni suddivisi in tre diverse spedizioni - 2007, 2010, 2017- vissuti in una dimensione altra, per noi comuni mortali quasi inconcepibile. Domani sera, in tandem con il giornalista Alessandro Iori, l’uomo delle stelle sarà protagonista a Sassuolo di una conversazione-reading battezzata Ground Control to Major Paul (evidente l’omaggio a Space Oddity di David Bowie). Un viaggio che, voluto dall’Associazione “Numeri primi”, si annuncia di profondo impatto emotivo. Anche grazie alle immagini proiettate sulla facciata del Palazzo ducale nonché sui muri della Paggeria.
Dopo aver orbitato a 400 km da casa è possibile tornare con i piedi per terra tenendo a bada il “mal di spazio”?
«Sperimentare i propri sensi in assenza della forza di gravità è un’esperienza di tale intensità e così liberatoria che tutti dovrebbero provare. Certo, archiviarla non è facile. Purtroppo al momento viaggiare nello spazio è privilegio degli astronauti. Io sono un ingegnere, a detta di mia moglie quadrato per antonomasia. Ma provate ad immaginare che cosa accadrà quando, in un futuro non troppo lontano, chiunque potrà visitare una stazione spaziale. Giornalisti, poeti, scrittori… quanti contributi mirabili alla nostra storia! »
Astronauti però non ci si improvvisa. Quanto addestramento serve?
«Sebbene l’uomo assomigli sempre più ad una macchina e la macchina sviluppi tratti sempre più umani, al momento noi siamo la tecnologia più sofisticata. Al contrario delle macchine l’uomo è versatile, è in grado di riconfigurare sé stesso. Ma abbiamo bisogno di istruzioni, di una coscienza allenata. Ecco perché l’addestramento - che significa imparare e sbagliare - risulta indispensabile. Un addestramento che può durare 5 anni come dieci».
“Dall’alto i problemi sembrano più piccoli”: è il titolo di un suo libro. Davvero?
«All’essere umano manca la visione d’insieme. La “giusta distanza” aiuta. Tendiamo a valutare il mondo con le nostre unità di misura. Ma dovremmo utilizzare parametri temporali e distanze di maggior respiro. Quando guardi la terra dallo spazio non vedi confini. Comprendi di essere una carotina in un enorme minestrone. Ti rendi conto che, in quanto uomo, non sei autonomo. È necessario lavorare insieme per trovare soluzioni condivise, perlopiù non semplici, a problemi comuni».
Tra cui rientra anche la sofferenza dell’ecosistema?
«Grazie all’uso della tecnologia abbiamo cercato di creare un ambiente a noi congeniale. Questo, se da un lato è interessante, dall’altro ha fatto dell’uomo un essere povero di difese immunitarie, quasi inconciliabile con la natura. Snaturando la natura, dunque noi per primi, abbiamo abusato delle sue risorse. Che sono agli sgoccioli. Crediamo che la terra sia fragile. Ma vi garantisco che visto da lassù il nostro pianeta appare solido. A fronte di qualsivoglia nefandezza ambientale la terra rimane. Ma noi? È la nostra presenza ad essere fragile. Basta un virus invisibile ai nostri occhi ed ecco che… Ground Control to Major Paul, Ground control to Major Paul, ten, nine, eight… »
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