Recalcati: «Il desiderio quasi una vitamina rende più viva la vita ma è fonte di angosce»
Cronaca della lezione più attesa nel giorno del debutto del festival Chi è rimasto fuori non se ne va: «Basta ascoltare il suono della voce
IL RACCONTO
Arianna de micheli
Se ne sta in disparte con le braccia annodate all’esile corpo. «Non ha prenotato una sedia?». Ovviamente no. Ma la domanda, insulsa, vuole solo rompere il ghiaccio. «Mi accontento dell’eco della sua voce».
Mai risposta fu più asciutta. «È dunque una fan di Recalcati?». Insistiamo noi. E con la coda dell’occhio notiamo la sue nocche segnate. Che raccontano una storia faticosa pur non volendola raccontare. Ma è tardi per fare marcia indietro. «Sono stata sua paziente. Anni fa, quando ancora non era un sex symbol». Dice proprio così. Sex symbol. Quindi indietreggia: «Per favore, niente foto. E neppure il nome». Non capita sovente di confrontarsi con chi conosce il prima. Un prima assai remoto rispetto alle 17 di venerdì 18 settembre 2020. Ora in cui Piazza Grande attende il suo mentore Massimo Recalcati, psicanalista di chiara vocazione lacaniana. Un habitué del festival da applausi a piazza aperta. Aperta con riserva. Covid infatti è ospite sgradito. Non così Recalcati, oggetto di quello stesso desiderio che battezza la sua lectio magistralis. «A me piace un sacco – ammicca Paola, professoressa in trasferta dal lodigiano – considerate che ha sessant’anni…».
Anche Lucia, uscita in anticipo dal lavoro – «dovevo esserci» – subisce il fascino dello psicanalista prestato alla filosofia. Ma non tanto dell’uomo in sé. Piuttosto del suo eloquio. «Comprensibile anche a chi, come me, ha frequentato una scuola tecnica». Lucia guida la fila, peraltro piuttosto consistente, dei non prenotati. Lei spera. Ed ecco che il desiderio si avvera: le assegnano una sedia. In cuor nostro non abbiamo dubbi. Il destino di quel bigliettino - settimo settore, fila E – che, a giochi conclusi, Lucia stringerà ancora nel pugno, è già scritto. Incorniciato e appeso al muro. «Un tema magnifico. Il desiderio che si soddisfa attraverso l’altro, sentendosi cioè desiderato dall’altro… Mi sembra di averlo sempre saputo. Ora che ho messo a fuoco il concetto - precisa lei - è tutto molto chiaro». E questo nonostante il desiderio si nutra di ossimori. Punto su cui Recalcati, emozionato nel “trovarmi qui, in presenza”, insiste ad oltranza. Il suo obiettivo? Esplorare le contraddizioni della macchina del desiderio. «Possiamo concepire il desiderio come una potenza in grado di allargare il campo della nostra esistenza. Una forza che rende la vita più viva. Il desiderio è dunque un supplemento di vita. Ed ecco la prima contraddizione. Il desiderio mi rende vivo ma io non sono padrone del mio desiderio. Non è infatti l’esito di una scelta, di una deliberazione. Sorge per contagio». E la piazza pare concedersi un sospiro di sollievo. Quasi avesse scoperto che contagio non è termine forgiato ad uso e consumo del solo coronavirus. «La psicanalisi sottolinea che, nella sua radice, il desiderio è inconscio. Comporta dunque una quota di angoscia». Insomma, il desiderio ci rende vivi ma fa vacillare il nostro io. Ed è qui che casca l’asino. Anzi, casca il desiderio. «Che viene dall’alto», come una maledizione. E si traduce in un appetito impossibile da soddisfare, un fame atavica sfruttata ad arte dal capitalismo. Nuovo versus «ciò che già possediamo». E questo a detta di Recalcati uno dei miti del capitalismo. Viviamo in ostaggio di una spinta infinita che ci porta all’acquisto compulsivo, al continuo cambio di partner, alla tensione costante verso ciò che ci manca. O di cui crediamo di avere bisogno. Sempre in affanno, inseguiamo l’inarrivabile dimentichi dell’insegnamento di Sant’Agostino. Un insegnamento che Recalcati ricorda molto bene: «la vita felice è la vita di colui che desidera solo quello che ha». Forse Agostino la fa un po' troppo facile. Questo ci sembra leggere sul volto di Mirco. Che però sembra compiaciuto. «Recalcati l’ho sempre visto in televisione. Ma anche dal vivo non delude. È bravo, si fa capire da tutti». Anche da Irma, adolescente romana al seguito di mamma e papà. Scettica in principio, felice come una Pasqua alla fine. «Da buon strizzacervelli ha confermato la mia teoria: gli altruisti sono tutti nevrotici». Sul serio? «Ad onor del vero Recalcati ha parlato di un altruismo permanente che impone il sacrificio del proprio desidero in nome del desiderio dell’altro», postuliamo noi saccenti. «Non è quello che ho detto? ». E Irma ci mette una pietra sopra. —
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