Zamagni: «Rivoluzione tecnologica, ma l’Italia è esclusa»
Il professore questo pomeriggio in piazza XX settembre «Il nostro paese paga scarsa capacità creativa e di cambiamento, a cominciare da scuola e università»
Arianna De Micheli
«Siamo nel pieno della quarta rivoluzione industriale. Ossia la rivoluzione delle tecnologie convergenti che si identifica nell’acronimo NBIC: Nanotechnology, Biotechnology, Information Technology and Cognitive Science. Che cosa significa? Che da un ventennio a questa parte tecnologie differenti hanno iniziato a convergere. Non è il robot la novità bensì l’interazione».
Parola del professor Stefano Zamagni, voce internazionale autorevolissima in materia di “economia civile”. Già presidente del Comitato Scientifico di Aiccon - Associazione italiana per la cultura cooperativa e del non profit – dallo scorso anno Zamagni guida la Pontificia Accademia delle scienze sociali. La sua lectio sarà su “Conoscenza tacita e conoscenza codificata. Il lavoro umano nell’epoca robotica”.
Professore quanto inciderà la convergenza tecnologica sul nostro futuro?
«Avrà un grande impatto. Sul piano delle professionalità ma anche in termini etici, giuridici e democratici. Le tecnologie digitali non condannano il lavoro a morte certa. Senza dubbio lo trasformano. Ciò metterà in scacco tutti quei paesi, Italia in testa, che ad oggi mostrano scarsa capacità creativa. Sono cioè restii ad avviare un processo di cambiamento adeguato. Non è però colpa delle nuove tecnologie se i posti di lavoro subiranno una contrazione. La responsabilità è tanto della classe politica quanto di quella imprenditoriale. Nonché delLa società civile. Dobbiamo renderci conto che il taylorismo è finito».
Perché il nostro paese non è pronto a cambiare?
«Per tre motivi. Primo: in Italia prevale la cultura della rendita. Di recente l’economista statunitense Tyler Cowen ha pubblicato un libro dal titolo emblematico, “La classe compiaciuta”. Per quale motivo io che godo di un’ottima posizione di rendita devo approvare, non senza sforzo, dei nuovi modelli? Secondo: il nostro sistema universitario è obsoleto. Ben che vada negli atenei italiani si accenna alla terza rivoluzione industriale. La scuola è in ostaggio dell’ignoranza, della non conoscenza. Terzo: ci scontriamo ogni giorno con il “cortotermismo” della politica. I nostri governi - e l’attuale non fa eccezione - tendono alla conservazione dei vantaggi e si limitano ad amministrare il consenso. Non sono inclini a sposare quella teoria trasformazionale dei cui benefici godranno le future generazioni. Vogliono vincere le elezioni».
Come si ripercuote tutto ciò dal punto di vista etico?
«Il discorso etico travalica i confini nostrani. Riguarda chiunque. La quarta rivoluzione industriale non è il male. Tutt’altro. Ma sta prendendo piede il progetto transumanista. Progetto che in California individua la propria roccaforte. E che si propone di andare oltre l’uomo. Giudicato inaffidabile l’uomo sarà rimpiazzato da macchine super intelligenti. Con l’avvento di Covid 19, virus democratico che colpisce anche i ricchi arroganti, i transumanisti hanno subito una battuta d’arresto. Il loro delirio di onnipotenza ora vacilla. In tal senso la pandemia si è rivelata provvidenziale».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google

