Giulia Maria Tripiciano, la prof di matematica scomparsa a Ustica finalmente ha un volto
Il nipote Nicolò ha trovato una foto della zia morta nella strage aerea «Era riservata, insegnò 11 anni a Unimore e dormiva dalle suore»
Stefano Luppi
«Mia zia Giulia Maria era una persona molto riservata e molto studiosa. Venne a insegnare a Modena e mi raccontava che faceva un lungo viaggio per essere nella vostra università. Ci credeva nella sua missione, anche per questo la ricordo spesso con grande nostalgia». Il professor Nicolò Tripiciano, da Canosa di Puglia, ricorda con queste parole la zia, Giulia Maria Tripiciano, scomparsa a 44 anni nella strage di Ustica.
Della signora Tripiciano fino a pochi giorni fa non esisteva una immagine, una fotografia che potesse pubblicamente ricordarla al di là della memoria dei famigliari. Pure se già riconosciuta, ovviamente, tra le 81 vittime del tragico volo aereo Bologna-Palermo caduto (o abbattuto) all’altezza dell’isola di Ustica il 27 giugno 1980, Giulia Maria rischiava così l’oblio. Fino a ieri, quando un articolo del Corriere della Sera ha raccontato la storia di questa ex ragazza palermitana che venne al nord, a Modena appunto, a insegnare per oltre un decennio, provenendo dal profondo sud. Dalla Sicilia. Giulia Maria Tripiciano, infatti, era palermitana e aveva due lauree. Fu una delle prime donne in Italia a insegnare una materia scientifica, “matematiche complementari”, proprio all’ateneo di Modena. «Mia zia - prosegue il nipote, anch’esso professore oggi in pensione - era appunto una persona molto discreta. Siamo tutti riservati in famiglia ed è per questo che abbiamo così poche foto della zia e di sua sorella Maria Maddalena. Abbiamo molte foto scattate da loro, ma ricordo che dicevano che pur amando viaggiare preferivano scattare immagini di paesaggi perché “noi siamo sempre noi”. Dicevano proprio così». La professoressa Tripiciano ha appunto insegnato undici anni a Modena, dopo avere conseguito nel 1957 una doppia laurea in matematica e fisica a Palermo. Prima del viaggio al nord negli anni sessanta insegnò in vari istituti tecnici. Vinse poi un concorso nazionale per la docenza di Analisi matematica e ciò la catapultò a Modena. Nel lontano nord.
«Non fu semplice - continua il suo racconto il professor Tripiciano - perché erano anni differenti dagli attuali e una donna difficilmente poteva viaggiare da sola in sicurezza. Forse mia zia era molto riservata anche per questo motivo. Quel che è sicuro è che conduceva una vita molto tranquilla e appartata, non si è mai sposata né fidanzata, frequentava solo colleghi di lavoro». A Modena la signora, a quanto pare, aveva preso una stanza presso un convitto femminile gestito da suore. Le ore lontane dall’università le trascorreva qui, suonando il pianoforte, le sinfonie di Chopin e Mozart. Una vita senza tanti squilli pubblici ed evidentemente un atteggiamento prudente anche in ambito universitario visto che Unimore ieri non ha trovato tracce significative del suo passaggio nei vecchi archivi . «Fu una delle prime insegnati donne di matematica all’università - prosegue Nicolò Tripiciano - e mi ricordo che raccontava del suo lungo viaggio per raggiungere la vostra città. Prendeva il battello da Palermo a Napoli e lì un treno fino a Bologna, prima di cambiare per raggiungere Modena. Nel 1980, finalmente, l’agognata possibilità del rientro a casa, a Palermo, e così prese quel maledetto volo perché doveva portare documenti alla sua nuova università». A Palermo la sfortunata prof che per una volta prese l’aereo non arrivò mai, si inabissò nelle acque di Ustica e il suo fu uno dei soli 39 cadaveri ripescati. «Non doveva neppure prenderlo quel volo - termina il nipote - ma mancavano delle carte e lei doveva andare in fretta a parlare con il rettore o un altro responsabile di Palermo. Come le dicevo ho un bellissimo ricordo di mia zia, dei momenti in cui tutta la famiglia si riuniva in Sicilia dove ci vedevamo ogni quindici giorni. Mio padre era bancario e noi cambiavamo spesso città, ma ci vedevamo spesso con zia Giulia Maria. Fummo proprio io e mio padre a dover riconoscere il cadavere all’obitorio. Me lo ricordo ancora». E come si potrebbe dimenticare? —
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google