Sydney il galantuomo e Gianni l’artista Due infiltrati d’eccezione
Il singolare club all’aperto annovera due “soci” decisamente speciali L’uno pranzava con Nuvolari. L’altro è un affermato pittore e scultore
1930. Guglielmo Marconi, dalla cabina del suo yacht Elettra, accende tramite un segnale radio le luci del Municipio di Sydney. L’inventore bolognese preme un tasto e una voce di stanza dall’altra parte del mondo esulta: «Splendido, splendido! Migliaia di persone acclamano Marconi. Congratulazioni da tutti noi». Ecco svelato l’arcano. La ragione per cui i signori Eutropio (cognome di per sé degno di nota dato che Flavius Eutropius fu, nel IV secolo, console dell’impero romano) decidono di chiamare il proprio bimbo Sydney. «Ma eravamo in epoca fascista – precisa il diretto interessato - e il regime impose di non registrarmi con quel nome. I miei genitori optarono dunque per Enore». Cravatta regimental annodata alla perfezione, giubbetto blu in tinta, camicia bianca con polsini inamidati, Enore Sydney Eutropio è un inno alla vita. Una vita, la sua, che annovera l’alternarsi di molte stagioni. E che lui indossa con invidiabile nonchalance. «Questo signore qua andava spesso a pranzo con Tazio Nuvolari» ci sussurra Pippo (o forse uno dei suoi compari) all’orecchio. «Sono originario di Gonzaga. Non è un caso che mi diverta a mischiare il mio dialetto con quello modenese. Loro mi prendono in giro, ma in fondo sono bravi ragazzi». Per lungo tempo a capo dell’Archivio Notarile, Sydney – così tutti lo chiamano «ma anche Enore per me va bene» – iniziò la carriera in veste di usciere. «Vinsi numerosi concorsi. Ero velocissimo a scrivere a macchina, fui pure premiato. Quando arrivai a Modena, mi innamorai perdutamente di una ragazza. Lei? Non mi reputò degno. No, non sono un sanpietrino. Loro li ho incontrati in diverse circostanze».
Neppure Gianni Valbonesi, artista ben noto in città nonché oltre le mura – «informale-materico» precisa Federzoni – è un sanpietrino doc d’annata. «Mi sono fermato alla panchina perché ho riconosciuto Sacchi. Eravamo amici da giovani ma non lo vedevo da cinquant’anni». Lui, Valbonesi, che abita a un tiro di schioppo dalla panchina e che offre rifugio al circolo quando il clima diventa inclemente – «in alternativa c’è il bar» - è per sua stessa ammissione il «pagliaccio del gruppo». Spara freddure una dietro l’altra. «Ma secondo voi se uno è dipendente di un drogato è un tossicodipendente?». Qui la censura è bandita. —
Adm
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