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«Gravi pressioni sui dipendenti perché rinuncino ai posti di lavoro»

Giovanni Medici
«Gravi pressioni sui dipendenti perché rinuncino ai posti di lavoro»

Cgil: «Aziende modenesi cercano di aggirare il blocco dei licenziamenti che è in vigore fino al prossimo dicembre»

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Giovanni Medici

Il governo ha deciso il blocco dei licenziamenti fino al 31 dicembre. Un provvedimento deciso per alleviare i danni della pandemia, ma che si può però aggirare. Secondo la Cgil qualcuno sta provando a farlo. Cesare Pizzolla, della segreteria della Camera del lavoro modenese, ha spiegato nei giorni scorsi che alcuni lavoratori in queste settimane si stanno presentando nelle sedi del sindacato per chiedere lumi.

«Qualche segnale, qualche piccolo caso lo abbiamo rilevato anche se non sono ancora tante queste richieste. Il sindacato non è però lo strumento per licenziare attraverso accordi ad hoc ma per mantenere l’occupazione. In attesa di capire cosa succederà il primo gennaio noi vogliamo dare un segnale chiaro in questo senso». Manuela Gozzi, segretaria provinciale della Cgil, esemplifica: «Al dipendente il datore di lavoro offre dei soldi per andarsene, e magari gli fa capire che tramite la Naspi, l'ammortizzatore che sostiene il reddito di chi ha perduto involontariamente la propria occupazione, ha la possibilità di arrivare alla pensione. Allora il lavoratore si rivolge a noi per capire. Le singole pressioni possono poi diventare collettive e dunque si scaricano sul sindacato. Ma non si possono mistificare queste per aggirare il blocco del governo. Non si può pensare che per far ripartire l’economia di questo Paese si possa passare dal ricorso ai licenziamenti».

Sono tre i casi nei quali si può derogare al blocco: cessazione definitiva e liquidazione dell’azienda, fallimento della stessa quando non è previsto l’esercizio provvisorio e infine appunto la stipula di un accordo collettivo aziendale con il sindacato.

«Ma noi chiediamo che queste deroghe - dice ancora Pizzolla - vengano limitate al massimo e vogliamo valutare caso per caso». Part time involontari, trasferimenti in sedi scomode, utilizzo di contratti a tempo e precari con una riduzione del monte ore individuale. Anche così si arriva in modo più o meno surrettizio al licenziamento. Ci sono poi stati in passato casi limite come quelli che riguardano persone lasciate in ufficio con lo stipendio ma senza mansioni: casi che il Tribunale però non certifica sempre come mobbing, visto che la retribuzione è garantita. E dove la cassa integrazione dovuta al Covid-19 non è stata anticipata dall’azienda e il dipendente non percepisce nulla da mesi ecco che magari arriva dagli uffici un invito: «Se ti metti in Naspi i soldi arrivano prima». Circostanza peraltro non sempre vera.

Per Cesare Pizzolla sono il 30% le imprese modenesi che non hanno dimostrato di essere «serie» durante la fase più acuta della pandemia «perché, pur potendo, spesso non hanno anticipato la cassa ai dipendenti, che hanno dovuto così attendere per mesi gli assegni; un’abdicazione al loro ruolo sociale».

E ci sono imprese che hanno perfino sbagliato ad applicare l’ammortizzatore sociale giusto. Il fuoco cova dunque sotto la cenere in attesa del 31 dicembre. Nel terziario, secondo la Cgil, molti attendono questa data; mense, bar e ristoranti ad esempio. Il tessile è il comparto economico che sta pagando il prezzo più alto a causa del Covid-19, con marchi importanti che stanno ricorrendo agli ammortizzatori sociali. E dove gli occupati che rischiano il posto tra pochi mesi sono soprattutto donne. Un caso per tutti, la Baroni spa di Concordia, impresa che ha chiesto il concordato liquidatorio a fine luglio e per la quale, è notizia di ieri, il Ministero ha garantito ai circa venti lavoratori per 12 mesi una copertura economica grazie alla cassa in deroga. Il quadro presentato nei giorni scorsi dalla Cgil è certamente fosco: tra gennaio e agosto di quest’anno i milioni di ore di cassa integrazione richieste in provincia sono passate rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso da 3 a 45, un quinto di quelle utilizzate a livello regionale. La causa? La pandemia certo ma anche la crisi produttiva già iniziata a metà 2019. Le recenti dichiarazioni del neopresidente di Confindustria Bonomi sul bisogno delle imprese di tornare a licenziare non sono state apprezzate da piazza Cittadella, la cui ultima assemblea generale lunedì ha approvato anzi un ordine del giorno che indica nella difesa dagli attacchi ai provvedimenti del governo la linea da seguire. «Parole di secoli fa», le ha bollate Pizzolla. Sul tappeto c’è poi sempre il rinnovo dei contratti e la necessaria riforma strutturale degli ammortizzatori sociali, con la richiesta dell’istituzione di uno strumento universale capace di dare copertura a tutto il mondo del lavoro. Tra chi si è distinta nel sostenere la posizione di Bonomi sui contratti collettivi nazionali c’è l’Inalca: per oggi la Cgil ha convocato uno sciopero con presidio mattutino proprio davanti allo stabilimento di via Belvedere a Castelvetro: «L’azienda non vuole sottoscrivere il rinnovo del contratto mentre a dispetto di Confindustria - conclude Gozzi - altre imprese del settore alimentare privato lo hanno fatto». —

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