Modena Sanitari e medici discriminati «Un atteggiamento grave»
Il direttore dell’azienda ospedaliero-universitaria Claudio Vagnini: «Non è questo il momento per una caccia alle streghe»
MODENA I casi di discriminazione del personale sanitario nella vita di tutti i giorni li abbiamo raccontati nei giorni scorsi. protocolli e autocertificazioni che mettono i medici quanto meno in imbarazzo, appartamenti in affitto dove la transazione è saltata perchè l’inquilina era una infermiera di un reparto Covid.
La lista, purtroppo, è lunga. L’ultimo caso è quello di una infermiera che si è vista rifiutare la possibilità di allenarsi in una squadra di pallavolo. E su quest’ultimo caso la Direzione dell’Azienda Ospedaliero – Universitaria di Modena desidera esprimere la massima solidarietà per l’accaduto.
«Si tratta di un atteggiamento grave, da stigmatizzare – ha commentato il direttore generale Claudio Vagnini – e sentiamo il bisogno prima ancora che il dovere di condannare. Non è questo il momento per una generica caccia alle streghe alimentata dalle ormai troppe fake news che si moltiplicano sui social network relativamente alle modalità di contagio.
Non vi sono evidenze scientifiche sul fatto che chi lavora in sanità possa essere più esposto al contagio, anzi. I nostri operatori hanno la massima consapevolezza del problema, sono adeguatamente formati e utilizzano tutti i dispositivi necessari per la protezione individuale e per quella del paziente, in funzione dell’attività svolta.
La centralità del paziente e la tutela della salute della collettività rappresentano da sempre i valori guida di tutto il personale sanitario che, quindi ha nel suo dna professionale la massima attenzione alla salute di tutti. Infine, tutto il personale sanitario viene sottoposto a regolare screening. Insomma, dal punto di vista del contagio un operatore sanitario ha gli stessi rischi di un qualsiasi altro lavoratore ed è inaccettabile trattarlo come un untore».
Sul tema anche Cristina Mussini, direttore delle malattie infettive del Policlinico: «Questo virus – precisa Mussini – si trasmette, purtroppo, tramite le relazioni sociali. Per questo motivo siamo tutti esposti ad esso a prescindere dal lavoro che facciamo in ogni luogo dove si concentrano più persone. È questo il motivo per cui occorre mantenere il distanziamento sociale e indossare le mascherine.
Sul luogo di lavoro è necessario rispettare i protocolli che sono proprio pensati per le diverse realtà. È questo il motivo per cui un professionista della sanità non si può considerare più a rischio di qualsiasi altro lavoratore, anzi per certi versi, un lavoratore della sanità si muove in un ambiente più protetto, dove le aree a rischio sono ben conosciute e hanno propri protocolli specifici. Per questo motivo, escludo categoricamente che un dipendente ospedaliero sia più a rischio di altri». —
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