Modena all’assalto delle barriere ancora da abbattere tra “matti” e “sani
Sabato la decima edizione della Settimana della salute mentale si apre con un confronto tra esperti sulle troppe questioni ancora aperte
MODENA Persona, diritti umani, soggettività, domiciliarità, territorio. È con queste parole chiave che si può riassumere la riflessione collettiva che la decima edizione modenese di Màt, la Settimana della salute mentale, vuole offrire a partire da sabato. Ma per capirle, e inquadrarle in questo specifico contesto, è necessario comprendere il cambio di prospettiva, lo “switch” mentale, che viene richiesto: la persona con problemi di salute mentale o dipendenze, portatrice di esigenze e diritti, non deve essere oggetto passivo di interventi ma soggetto protagonista del proprio percorso di cura.
Come fare? Per Fabrizio Starace, direttore del Dipartimento di Salute mentale e Dipendenze patologiche dell’Ausl di Modena e componente del Consiglio superiore di sanità, «da un lato occorre intervenire sul versante dei professionisti sanitari, dal momento che ancora oggi la formazione attribuisce scarsa importanza al protagonismo degli utenti e, dall’altro, bisogna lavorare sui diretti interessati, gli utenti, che introiettano l’atteggiamento paternalistico del modello biomedico e che quindi non si pongono come interlocutori ma come recettori di informazioni e prescrizioni».
Quello che si sta facendo a Modena e, purtroppo, in pochi altri contesti italiani, è proprio incentivare la partecipazione, la capacità di interlocuzione e il sapere esperienziale di utenti e famigliari, valorizzando tutte quelle realtà associative (e non solo) nelle quali questo patrimonio può svilupparsi in modo autonoma e indipendente. «Fare salute mentale sul territorio - sottolinea Starace - significa occuparsi non solo del problema della singola persona ma anche delle condizioni di malessere che caratterizzano il contesto sociale, economico e relazionale che ha almeno contribuito al malessere individuale. Il passo successivo, fatto negli ultimi anni, è stato quello di includere nei centri di salute mentale degli utenti esperti che, avendo attraversato l’esperienza della malattia mentale, mettono a disposizione degli altri il loro sapere esperienziale e svolgono funzioni di prima accoglienza, orientamento ma anche di riflessione e offerta di una prospettiva differente da quella che è esclusivamente tecnico-professionale».
Tuttavia, a più di quarant’anni dalla Legge Basaglia, che chiuse i manicomi, l’Italia non ha ancora detto addio all’istituzionalizzazione. Come spiega la sociologa Maria Grazia Giannichedda, presidente della Fondazione Franco e Franca Basaglia, «nel campo della salute mentale sopravvivono forme di internamento che vivono accanto, spesso a pochi metri o chilometri, a sistemi di servizi comunitari completamente diversi, che invece aiutano le persone con problemi gravi o gravissimi a vivere in un proprio contesto, ovvero la famiglia di origine o i piccoli contesti abitativi di una decina di persone organizzati in maniera tale da rispondere ai loro bisogni». Per Giannicchedda queste forme di internamento sono figlie di una concezione diversa da quella di quarant’anni fa ma che, tuttavia, ripropone un concetto centrale ovvero il fatto che la dignità, la libertà e i diritti personali di cittadino non costituiscono per molti medici una barriera per certe tipologie di trattamenti. «La prima ragione per cui esistono ancora forme di internamento è che l’Università non ha formato alla cultura del Servizio sanitario nazionale – spiega la sociologa - le facoltà di medicina e, in gran parte, quelle di psicologia hanno espulso la vicenda del manicomio, la legge 180 e soprattutto la riforma sanitaria, ovvero l’idea della salute come diritto».
Proprio martedì una vastissima coalizione di associazioni e sindacati ha inviato a governo, Conferenza delle Regioni e Anci un documento programmatico, per cui si chiedono 30 miliardi di finanziamenti europei, volto a potenziare l’assistenza socio sanitaria territoriale. «Serve spostare il baricentro degli interventi economici da un modello vecchio e nocivo, quello dell’internamento e del ricovero come unica soluzione dei problemi delle persone, a un welfare territoriale fondato su progetti individuali e capacità di rispondere non solo ai necessari bisogni di cura sanitaria e farmacologica ma anche a tutte quelle necessità di vita, come il lavoro e l’inclusione sociale, che costituiscono un’idea di salute acquisita e creata nella comunità in cui si vive – sottolinea Stefano Cecconi, responsabile sanità, non autosufficienza e integrazione socio-sanitaria di Cgil nazionale – per le persone con problemi di salute mentale. È questa la chiave della possibile ripresa». —
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