Modena, progetto sperimentale. «I figli di chi soffre sono a rischio Così li aiutiamo»
MODENA Si chiama “Figli in penombra”. È un importante progetto sperimentale del Dipartimento di Salute Mentale della Ausl di Modena sulla prevenzione e sulla salute dei figli minorenni di genitori con disagio psichico. Partito un anno fa, con il finanziamento della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, sarà oggetto di riflessione a Màt dove martedì 20 ottobre alle 9, alla Tenda di viale Monte Cosica, si terrà il convegno “Reti reali e reti virtuali: strumenti di resilienza a favore dei figli di genitori con disagio psichico”. Tra i relatori Rosalba Di Biase, psicologa e coordinatrice del progetto.
Qual è il principale obiettivo di “Figli in penombra”?
«Ridurre il rischio che i figli minori di genitori con un disagio psichico possano a loro volta sviluppare disagi dello stesso tipo. È stato scientificamente provato che sono una categoria con un rischio dalle 5 alle 20 volte superiore».
Come si articola il progetto?
«Facciamo un primo ciclo di colloqui con i genitori e successivamente coinvolgiamo l’intera famiglia cercando di mettere a fuoco la relazione parentale. Lo scopo è supportare il genitore affinché recuperi un equilibrio tale da poter essere in grado di crescere in totale autonomia i propri figli. Un problema comune che capita spesso in questi casi è che i figli vivano un forte senso di colpa per la condizione del genitore e istintivamente sviluppino un senso protettivo e di accudimento nei confronti dell’adulto».
Il seminario metterà a fuoco l’importanza della creazione di reti reali e virtuali.
«Rappresenta infatti un momento importantissimo di confronto, condivisione e messa in rete delle esperienze di prevenzione. Uno spazio particolare sarà dedicato alle opportunità legate agli strumenti informatici e alla rete telematica che abbiamo potuto affinare durante il lockdown. Le finalità sono creare un dialogo condiviso e riflettere sulle nuove possibilità di intervento legate al mondo virtuale, promuovere il confronto tra buone pratiche istituzionali e del no-profit, valorizzando la rete e connettendo esperienze che hanno come obiettivo un welfare inclusivo. Un esempio importante è stata la partnership che si è creata con il consultorio di Carpi che ha permesso di estendere il progetto nella Bassa».
Come sono stati i risultati di questo primo anno?
«Molto soddisfacenti. Abbiamo intercettato 81 genitori e 72 minori e i questionari di valutazione dell’esito hanno rivelato che molti genitori, dopo un anno, hanno dichiarato di riconoscersi e sentirsi riconosciuti come tali. Nello stesso tempo i minori sono usciti dal pesante complesso del senso di colpa». —
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