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La ’ndrangheta diventa un docufilm «Serve narrarla a livello nazionale»

Francesco Dondi
La ’ndrangheta diventa un docufilm «Serve narrarla a livello nazionale»

L’ultimo lavoro del regista modenese Gabriele Veronesi  “Aemilia - Il grande processo” ricostruisce gli ultimi anni 

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Si chiama “Aemilia - Il grande processo alla ’ndrangheta” ed è il documentario che andrà in onda, in due puntate, lunedì e martedì su History Channel (canale 408 di Sky). Ma soprattutto è il risultato del certosino lavoro di analisi delle fonti, comprensione e interviste dei protagonisti fatto dal regista Gabriele Veronesi e prodotto da Taiga, società di produzione televisiva di Modena dello stesso Veronesi, Luca Bedini e Marco Brandoli. Si tratta della ricostruzione, attraverso le voci dei testimoni e le ricostruzioni scenografiche, dell’inchiesta conclusa dai carabinieri del Reparto Operativo e Nucleo Investigativo di Modena, che portarono alla famosa notte del gennaio 2015 quando scattò il più imponente blitz mai visto nel nord Italia.

«Non si tratta di un lavoro di inchiesta - tiene a precisare Veronesi - Non ci sono elementi inediti, ma abbiamo provato a mettere in fila tutto quanto è accaduto negli ultimi anni. Mentre i media locali hanno coperto benissimo l’inchiesta e i vari processi, ho avuto la percezione che a livello nazionale mancasse una narrazione oggettiva e chiara. Non so come mai, forse perché la mafia e la camorra narrata da Saviano hanno delle filmografie e un fascino diverso. Forse perchè le uniche immagini notiziabili sono alcune sceneggiate fuori dal tribunale di Reggio di alcuni imputati. Certamente la ’ndrangheta emiliana ha pensato prima di tutto agli affari e al potere; rendere su schermo le frodi fiscali non è affatto semplice».

Un anno di lavoro hanno però portato il gruppo di Veronesi - già protagonista del documentario sul mostro di Modena - a produrre qualcosa di unico nel suo genere. Tra gli intervistati ci sono i giornalisti Tiziano Soresina (Gazzetta di Reggio), Rossella Canadè (Gazzetta di Mantova) e Alessia Truzzolillo (Corriere della Calabria); l’avvocato e vice presidente di Libera, Enza Rando; l’ex prefetto di Reggio Emilia, Antonella De Miro che con le sue interdittive antimafia alle aziende collegate ha scatenato l’ira degli ’ndranghetisti; Elia Minari che ha reso pubblico il radicamento dei Grande Aracri a Brescello e i vari collegamenti con il mondo istituzionale; i carabinieri di Modena che fecero l’inchiesta, coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia.

Il docufilm però andrà anche a riarrotolare il nastro della storia, riportando la memoria alla fine degli anni ’50 quando la legge sui sorvegliati speciali con obbligo di soggiorno catapultò in terra emiliana i primi boss della criminalità organizzata. Tra loro Antonio Dragone che iniziò a colonizzare il territorio reggiano con propaggini modenesi fino a quando non venne detronizzato da Nicolino Grande Aracri. Il resto è storia nostra.

«Spero che il nostro lavoro aiuti a far aprire gli occhi e a prendere coscienza della situazione - si augura Veronesi - Viviamo in una regione quasi perfetta, ma anche dietro a questa apparente percezione può esserci del marcio. Credo si debba imparare a guardarsi in casa, a non girarsi dall’altra parte: solo così anche l’Emilia avrà completa compensapevolezza del fenomeno delle infiltrazioni». —

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